L'avamposto Kahler di Wanat: l'immagine è stata scattata il giorno prima dell'attacco dei ribelli afghani
31/10/2009La battaglia di Wanat si combatte nella Waygal valley, nordest dell'Afghanistan ai confini del Pakistan, il 13 giugno 2008. Uno scontro tra soldati americani in difesa di un remoto avamposto degno del Deserto dei Tartari (ma qui i Tartari sono arrivati davvero) e ribelli talebani dove alla fine nove parà vengono uccisi e 27 feriti, tutti della 173a Airborne brigade combat team, tutti soldati della caserma Ederle di Vicenza.
Guardate la fotografia qui accanto: è un'immagine a suo modo drammatica perché è stata scattata il giorno prima dell'attacco all'avamposto e forse quei due soldati di spalle moriranno qualche ora dopo. Davanti a loro c'è il nulla, terra incolta e una montagna spelacchiata. Ma quello che affronteranno sarà lo scontro sul campo più sanguinoso per gli Usa dall'inizio della guerra in Afghanistan. Che, adesso, è diventato anche il più controverso.
All'alba del 13 giugno circa 200 ribelli afghani (ma qualcuno dice fossero meno) assaltano l'avamposto. Tanto sono preparati loro (conoscono il terreno e la dislocazione di ogni struttura difensiva, forse sanno anche che non c'è copertura aerea), quanto sono impreparati i 40 soldati del plotone. Ma non per colpa loro. Perché da quando vengono inviati a Wanat non ne va bene una. Sono alle ultime due settimane di missione dopo 14 mesi di Afghanistan, la testa è a già a Vicenza. Quando arrivano nell'avamposto mancano acqua e sistemi di depurazione («Dopo un paio di giorni a 40 gradi eravamo tutti disidratati» racconterà più tardi un soldato agli investigatori), l'unico bulldozer disponibile resta subito senza carburante e i soldati devono scavarsi trincee a mano oltre a tirare su reticolati, manca la copertura aerea, non c'è aiuto dai servizi segreti sui movimenti dei talebani, non ci sono rapporti con la gente del villaggio.
Anche sulle armi in dotazione sorgeranno problemi. E fino a dopo la battaglia nessun ufficiale si farà mai vedere all'avamposto. Così il 13 giugno è un'alba d'inferno: travolti dal fuoco degli Ak47 (il rapporto di forze è di quasi 1 a 4) e da una pioggia di razzi Rpg otto soldati vengono uccisi subito nell'”outpost Kahler”, l'avamposto esterno, e uno all'interno della base. Le guardie afghane restano ben nascoste nelle loro buche e non sparano un colpo, molte armi si inceppano, i due mortai da 60 e 120 mm vengono immediatamente messi fuori uso ma il plotone resiste. I ribelli afghani riescono ad arrivare fino a 10 metri dai parà dietro ai sacchi di sabbia, tanto che qualcuno ricorda che «li sentivamo parlare fra loro». Gli elicotteri Apache arrivano solo un'ora dopo, girano anche un filmato dove si vedono solo cadaveri e feriti a terra (mentre i talebani continuano a sparare).
L'avamposto resiste, tecnicamente la battaglia è vinta ma il bilancio è una mazzata: nove morti, 27 feriti. I tre quarti del plotone non esistono più. Ma soprattutto è stato eroismo inutile: pochi giorni dopo l'esercito Usa si ritira dalla valle e dall'intera regione. Ancora oggi là, nella Waygal valley, non hanno più messo piede. E la battaglia vinta diventa una battaglia persa.