Particolare della “Fuga in Egitto” (1534), manifesto della mostra
03/03/2010Ottantadue anni, vissuti pienamente, con l'energia necessaria ad attraversare profondi mutamenti della storia dell'arte, sono un dono che non molti pittori dell'epoca di Jacopo Da Ponte, a parte Tiziano, ricevettero in sorte.
Era nato, Jacopo, intorno al 1510, lo stesso anno in cui moriva di peste, ventiduenne, Giorgione. Aveva vent'anni meno di Tiziano, otto più di Tintoretto e una ventina più di Veronese. Perciò appartenne ad una generazione di mezzo tra gli artisti che dettero origine alla grande stagione del Cinquecento veneto - che fu anche il secolo d'oro di Venezia - e coloro che la conclusero.
Era figlio di un pittore, Francesco, che, forse per insistenza del padre, Jacopo di Berto, sceso a Bassano da Gallio, sull'Altipiano dei Sette Comuni, nel 1464 fondando una piccola conceria di pelle nei pressi "del Ponte", si era messo a dipingere per i maggiorenti locali e per le chiese e le pievi del circondario, probabilmente dopo un apprendistato a Vicenza, presso Giovanni Speranza tra il 1496 e il 1499.
Jacopo, dunque passò la sua prima infanzia tra gli attrezzi della bottega paterna, assorbendo i primi rudimenti dell'arte e manifestando un talento davvero precoce.
E se attorno al 1522 Francesco dal Ponte si trovava ad essere professionalmente così affermato da essere chiamato a far parte del Consiglio comunale bassanese, era per contro consapevole che nel figlio vi erano un'inclinazione e una bravura maggiore della propria, tanto da chiedersi se i suoi insegnamenti non fossero inadeguati alle capacità di Jacopo.
Adeguata non era nemmeno la cultura figurativa di Bassano, molto provinciale e priva di tradizioni, come del resto quella di altri centri gravitanti attorno alla Serenissima: Vicenza, Verona, Bergamo.
Così Francesco mandò Jacopo a Venezia, presso il pittore Bonifacio Veronese, per un tirocinio che pare durasse dal 1530 al '34 e con tali rapidi risultati che già nel 1531 il giovane era in grado di assumere contratti in proprio. A contatto con Bonifacio e con Tiziano, gli arcaismi casalinghi di Jacopo cominciano a sciogliersi, sostenuti anche da uno sguardo del giovane verso la pittura di terraferma: al verismo bresciano di Savoldo, particolarmente affine alla sua sensibilità.
A fornire però nuove fondamentali indicazioni espressive ai contenuti "popolareschi" della sua arte intervenne, dalla metà degli anni Quaranta la grande stagione del Manierismo di cui la tela con il "Martirio di S. Caterina" del Museo di Bassano, può considerarsi il manifesto d'adesione.
Poi il decennio 1545-1555 che coincide con la prima maturità anche umana del pittore (nel 1546 egli sposa Elisabetta Marzari dalla quale avrà otto figli, dei quali Francesco Leandro, Giambattista e Girolamo entreranno a bottega con lui) rappresenta una stagione artistica particolarmente ricca per sperimentazione e per produzione di capolavori, nel totale coinvolgimento con la "maniera" e i suoi più preziosi protagonisti: da Salviati a Porta, da Schiavone a Tintoretto, a Parmigianino. Questo originale confronto muta lentamente il suo stile conducendolo, dal 1568 ad accentuare il dato luministico e l'elemento fantastico e dando inizio ad una nuova stagione creativa.
Essa sarà caratterizzata anche dall'invenzione dei famosi "notturni" e dalla collaborazione con i figli, soprattutto Francesco, il più dotato, ma anche con Giambattista e poi con Leandro. Intanto le sempre più pressanti richieste della committenza inducono Jacopo, "miracoloso in pingere cose pastorali", ad organizzare la sua bottega che, verso la metà dell'ottavo decennio, è in grado di produrre in modo seriale una quantità di quadri a soggetto campestre e allegorico.
La produzione bassanesca del periodo che segue, fino alla morte del pittore, pur costellata di altri capolavori, è segnata da una inevitabile ripetitività e da eventi famigliari importanti: Gerolamo abbandona la pittura per la medicina e sia Leandro che Francesco lasciano la bottega paterna per trasferirsi a Venezia. Francesco addirittura nello studio lasciato libero dalla morte di Tiziano, anche se per finire tragicamente suicida, pochi mesi dopo il padre, nel luglio del 1592.
Nel febbraio di quello stesso anno Jacopo veniva sepolto con ogni onore nella chiesa di S. Francesco, in quella Bassano che non aveva mai voluto lasciare e i cui territori aveva ritratto numerose volte come contesto e sfondo dei suoi dipinti.