Romano con Variati e Poletto presidente del consiglio comunale
07/03/2011Che fatica festeggiare questo 150° dell'Unità nazionale... Molto più facile quando gli anni erano stati solo cinquanta, nel 1911 della Libia presa agli Ottomani e della monarchia che si celebrava inaugurando a Roma il bianco monumentone a Vittorio Emanuele II; oppure cento, nel 1961 del boom economico nella Repubblica nata da poco.
Quest'anno, invece, tutt'altra musica: «un paese che non è contento di se stesso» e di quello che gli càpita dal vertice in giù; «l'unità messa in discussione» dalle vicende politiche; certe «nostalgie su un passato mitico che non c'è mai stato», dai Borboni bengovernanti nel Sud agli Asburgo da rimpiangere a Nord Est, dimenticando italianità e irredentismo dei triveneti; le giovani generazioni lontane da quel capitolo di una storia che non ha più spazio nei discorsi famigliari; e la crisi economica che nega le certezze e spesso anche le prospettive.
Hanno tracciato un quadro così - ieri nel ridotto del teatro comunale, nell'appuntamento che ha aperto la decade di manifestazioni verso il 17 marzo - Sergio Romano, saggista storico e notista politico, Achille Variati e Marco Appoggi consigliere delegato al 150°.
A conferma della generale tiepidezza del momento c'era ieri un modesto numero di presenze in sala, rinforzato dall'arrivo di alcune classi delle superiori. I relatori hanno parlato soprattutto a loro, ai giovani primi interlocutori del Comune nelle iniziative di questi giorni, che sentono parlare di unità e disunità e dovrebbero riflettere sul fatto che (parole di Romano) «solo grazie all'unità l'Italia ha potuto diventare, bene o male, la 7-8° potenza mondiale».
Da ex-diplomatico di lunga carriera e rispondendo al tema della mattinata ("L'Italia fra le nazioni. Dalle divisioni all'Europa") Romano ha parlato molto dei casi interni, ma moltissimo del quadro internazionale. La costruzione unitaria che corrispondeva allo spirito del tempo - ha spiegato - fu resa possibile dall'appoggio della Francia di Napoleone III (1859, Seconda guerra d'indipendenza); dal favore della Gran Bretagna dalla quale Giuseppe Mazzini parlava di libertà e che diede una mano, piccola ma sostanziale, a Garibaldi che sbarcava a Marsala con i Mille («due navi inglesi erano lì e i borbonici non bombardarono i piroscafi della spedizione»); dalla combinazione strategica diplomatico-militare che nel 1866 dell'annessione di Veneto e Friuli vide l'Italia alleata della Prussia vincitrice sull'Austria.
Una lunga carrellata verso il Novecento ha portato poi la lezione di Romano fino ai tempi della Grande Guerra e del Ventennio mussoliniano, e poi fino ai tempi in cui - allontanatesi le memorie dell'unificazione che per mezzo secolo avevano dato un senso al farsi dell'Italia come nuovo Stato - è diventata l'Europa «la ragion d'essere del paese». Merito delle scelte politiche dei primi governi democratici di Alcide De Gasperi, dopo la dittatura fascista, la guerra civile del 1943-1945 e i disastri della partecipazione al conflitto accanto alla Germania nazista. A.T.
1 gelateio 23/03/2011 01:28 1409 commenti
EUROPA ........io ti dico GRAZIE