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11 dicembre 2018

Spettacoli

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15.12.2013

Un albergo crocevia di tre esistenze tra nozze in frantumi e crisi di fede

I tre attori, qui agenti di commercio, in scena nella hall di un albergo del Kansas. FOTO STELLA
I tre attori, qui agenti di commercio, in scena nella hall di un albergo del Kansas. FOTO STELLA

Alessandra Agosti
THIENE
Dopo l'inquietudine e il mistero di “Agnese di Dio” di John Pielmeier e lo scontro diretto e carico di interrogativi di “The Sunset Limited” di Cormac McCarthy, l'altra sera all'Auditorium Fonato di Thiene il gruppo La Zonta ha chiuso la propria indagine sulla spiritualità contemporanea con l'ironia e l'umanità di “Hospitality Suite” di Roger Rueff, terzo e ultimo spettacolo portato al debutto nell' arco di tre mesi dalla formazione thienese, al centro di una minirassegna meritoriamente sostenuta dal Comune.
Reso noto da un film del 1999 - “The Big Kahuna” con Kevin Spacey, Danny De Vito e Peter Facinelli – il testo di Rueff gioca di sponda con il tema della fede, inserendolo in un contesto che a prima vista non vi ha nulla a che fare. All'aprirsi del sipario ci troviamo, infatti, in un'anonima suite di un grande albergo di Wichita, nel Kansas, il classico hotel frequentato da agenti di commercio, buono per convention e meeting.
È qui che tre rappresentanti sperano di concludere un grosso affare.
Le differenze fra loro sono evidenti fin dalle prime battute. Phil è il direttore commerciale, un punto di riferimento per l'azienda. Larry è l'agente vero e proprio, il classico imbonitore che conosce tutti i trucchi del mestiere. Bob, invece, viene dal settore ricerca e non ha la minima esperienza di vendita. Ma sotto la superficie, sotto l'immagine professionale dei tre, c'è molto di più.
È qui che inizia il gioco di McCarthy. Battuta dopo battuta, l'Hospitality Suite di quell'albergo nel nulla si trasforma nel crocevia di tre esistenze, nel punto d'incontro fra tre modi di vedere la vita e, di conseguenza, anche la fede.
Phil è un uomo stanco, disilluso, che combatte contro il dolore per un matrimonio naufragato e una famiglia che sente perduta, senza più entusiasmo per un lavoro che non gli appartiene più, ma proprio per questo lucido e misurato, capace di dare il giusto peso alle cose.
Larry è un intrico di contraddizioni: sicuro, aggressivo e sciupafemmine a parole, ma in realtà profondamente sensibile e sincero. Bob, infine, è il ragazzo che all'apparenza sembra avere tutto chiaro: è la sua fede a dirgli cosa deve e cosa non deve fare, e a quelle regole egli si aggrappa con una rigidità che però cancella il lato umano della vita.
E sarà proprio su questo “lato” che i tre si troveranno a confrontarsi.
Ben ritmata e pulita la regia di Antonio Mosele (che per sé ritaglia anche la piccola parte dell'ubriaco). Ben calato nella parte Giampiero Pozza, un Phil misurato, distaccato dalla realtà e immerso, invece, in una riflessione su se stesso. Fa i conti con la sua vita e il bilancio è in rosso, ma sta imparando dai propri errori: forse per questo con i suoi colleghi è il padre che non è stato per le sue figlie e forse per questo non crede più alle battute “maschiliste” sulle donne o sul matrimonio.
Volutamente macchiettistico il Bob di Francesco Pasquale, un giovane che porta una maschera che gli hanno detto di indossare e che non ha mai nemmeno pensato di togliere. Non parla che di Dio, anche a sproposito, perché è il centro di gravità della sua esistenza. Pasquale disegna per lui uno sguardo attonito da bambino meravigliato e stordito.
Davvero scintillante, infine, la prova di Massimo Pupin nei panni di Larry, nei quali si cala con perfetta naturalezza facendolo totalmente suo. Bella voce ben modulata, padrone di una gestualità nevrotica e sovreccitata, Pupin ha il pregio di riuscire a rendere credibile il suo complesso personaggio, tra l'apparenza granitica voluta da un ambiente di lavoro che non concede debolezze e l'umana fragilità che nasconde nel cuore, simpatica faccia da sberle dall'animo tenero e puro.
Commedia divertente e intelligente: bel connubio.
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