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22 agosto 2017

Spettacoli

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09.05.2017

Schio, svolta a teatro
Carrara lascia
ma resta come tutor

L’ex direttore artistico del Civico di Schio, Annalisa Carrara
L’ex direttore artistico del Civico di Schio, Annalisa Carrara

Nicoletta Martelletto

SCHIO

Cambio in corsa alla direzione artistica del Teatro Civico di Schio: Annalisa Carrara lascia dopo 15 anni ma resta da consulente accanto a Federico Corona di Stivalaccio Teatro, in una una co-conduzione che garantità «continuità col passato e insieme una spinta all’innovazione».

La formula è stata approvata dalla Fondazione Teatro Civico ed è una transizione morbida in una rivoluzione nata nel 2002: 600 compagnie diverse, 300 mila spettatori, abbonamenti quadruplicati, sold out ormai di regola tra Astra e Civico. Carrara seguirà i rapporti istituzionali, le reti teatrali e nuovi progetti; Corona - che viene dall’esperienza di Arteven, da collaborazioni con Operaestate di Bassano e singole compagnie - seguirà la progettazione delle stagioni e il progetto artistico. Annalisa Carrara è nata sul palcoscenico: figlia di Masi Carrara e Argia Laurini, sorella di Titino e Armando, ha respirato teatro da bambina, lo ha praticato da attrice nell’antica famiglia di attori itineranti fino al decollo-fusione nella compagnia stabile I Carrara-La Piccionaia all’Astra di Vicenza.

Annalisa, si è dimessa il 21 marzo: una data voluta?

Era il primo giorno di primavera: un passaggio importante va improntato al desiderio di nuova vita, proprio come fa la natura. Nel 2002 quando ho debuttato nella direzione del Civico ho presentato il progetto “Operare nell'armonia”: l'armonia con la città, nei rapporti, con gli artisti e con lo spettatore di ogni età.

Come ha reagito la prima volta che ha visto il Civico?

Era un luogo intatto nel suo abbandono, vertiginoso nella sua bellezza, pieno di silenzi animati dai ricordi. Un anno dopo abitavo al terzo piano dell’edificio come direttore artistico. Il mio ufficio comunicava con il loggione, a Schio lo chiamano ancora la “peocina”, e in quella semioscurità godevo il piacere di un incontro con il genius loci. Poi grazie a Marco Paolini e ai sei racconti per la trasmissione “Report”, il Civico si è reso visibile e la città l'ha fatto tornare vivo. Da lì mettere in moto il restauro è stato un passo non breve ma possibile. Ho vissuto il lavoro a fianco di Valeriano Pastor e dell' architetto Gabriele Vacis.

Come è nato il progetto “Lotto Zero”?

Un’idea pilota in cui prendevano vita spettacoli e percorsi con la partecipazione, nel teatro abbandonato, di 99 spettatori che lasciavano scritta la loro visione di quale teatro volevano. Ha vinto “lasciatelo così com'è”, ma confortevole e accogliente. Era come dire tramandiamo una storia autentica, non patinata. Il Civico ha riaperto nel 2014 con un restauro parziale e lavora oggi a pieno ritmo con visite guidate, spettacoli e residenze, laboratori e danza contemporanea. E' un teatro-comunità che con qualche investimento in più potrebbe mostrare la sua anima inclusiva ed eclettica.

Quando arrivò a Schio, la stagione era fiacca e senza nome. Come ha lavorato per riattivarla?

Con l’incontro, che è anche il secondo regalo di questa esperienza. Gli anni a Schio mi hanno insegnato il senso profondo di questa parola: il progetto artistico non può che essere un incontro tra l'arte e la città. La prima azione è stata dare un nome al cartellone: “Schio Grande Teatro” che non voleva significare il migliore. “Grande” segna un “incontro” fra una Città e i suoi Teatri. “Schio Grande Teatro” è nato con una formula originale che accoglieva proposte molto diverse fra loro, anche difficili. Ma è cresciuto con noi lo spirito critico del pubblico e abbiamo potuto alzare l'asticella. Dagli artisti e dalle compagnie ho ricevuto tanti complimenti per la qualità del pubblico.

Da ospitare teatro, siete poi passati a fare teatro, perchè?

I laboratori di formazione teatrale per insegnanti di scuola primaria trasmettono agli alunni l'incontro teatrale; quelli per adolescenti sperimentano altri linguaggi e aiutano ad esprimersi nel gruppo fra pari. Infine sono molto orgogliosa del laboratorio DanceWell di danza contemporanea per i malati di Parkinson. Il teatro è una forma di benessere. Sono programmate 50 repliche per ogni fascia d'età, divise in più cartelloni con 20.000 spettatori ogni anno.

Territorio uguale sponsor?

Certo, molte aziende sostengono la Fondazione: sono storie meravigliose di impresa, di capitani coraggiosi, di innovazione.

È sempre stata libera nell’organizzazione delle sue stagioni?

Sono grata al Comune e alla Fondazione con cui mi sono sempre sentita in armonia. Sono convinta che le arti dello spettacolo vadano accompagnate da parole chiave: cura, sensibilità, correttezza, rispetto, autenticità. Senza queste parole il teatro è solo show business, puro intrattenimento, privato di radici. Ho promesso per questo di non abbandonare completamente ed ho accettato una co-direzione artistica come tutor col giovane Federico Corona. Nessun abbandono dunque.

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