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27 luglio 2017

Spettacoli

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23.06.2017

Il Noh all'Olimpico:
mistero e magia
giapponesi

Un momento dello spettacolo di prologo della stagione dei classici in Olimpico. FOTO COLORFOTO
Un momento dello spettacolo di prologo della stagione dei classici in Olimpico. FOTO COLORFOTO

Filippo Bordignon

VICENZA

Mercoledì sera l’anteprima della rassegna “Conversazioni 2017” al Teatro Olimpico ha concesso svariati motivi di stupore. In cartellone due rappresentazioni di Teatro Noh, genere nipponico sviluppatosi a partire XIV secolo, capaci di riassumere l’ estetica di questa ancor oggi misteriosa disciplina.

Mentre un pubblico folto e accaldato sventaglia tutto lo sventagliabile fanno il loro ingresso i protagonisti della prima rappresentazione, l’opera rituale “Okina”. Per quaranta minuti viene illustrato, con movimenti lenti ai limiti dell’immobilità, un cerimoniale propiziatorio che, attraverso il parco uso di maschere e sonagli dorati, inscena quel misticismo orientale amante del silenzio e disposto a evocarlo secondo musiche ostiche per l’orecchio occidentale. Tra attori e musicisti si alternano sul palco 23 elementi, tutti fasciati da costumi variopinti e, immaginiamo, non proprio indicati per la temperatura elevata presente in teatro, un fatto che i Nostri affrontano con la stoica accettazione del mistico taoista. Il culmine è raggiunto nella seconda parte della serata con l’interpretazione del celebre “Hagoromo”. La vicenda è presto riassunta: un pescatore trova appeso al ramo di un albero in riva alla spiaggia la veste di uno Spirito Danzante; quest’ultimo gli si manifesta chiedendogli di restituirgli il magico indumento ma, per riaverlo, dovrà prodigarsi in una danza. è proprio negli ultimi minuti di “Hagoromo” che avviene il piccolo miracolo. La danza dell’attore Tatsunori Kongo concerne in una serie di passi misurati e gesti delle braccia che si avviluppano sul costume vaporoso; il volto dell’uomo è coperto da una maschera bianca, seminascosta da ornamenti dorati che pendono davanti al viso.

Per un attimo, tutto l’istrionismo di certo teatro occidentale suona ingannevole. Per un attimo, gli sforzi ai limiti dei limiti gravitazionali evocati dal migliore danza Classica sembrano eccessivi. Poi, in Sala, tutto torna identico a prima. Salvo la mente di chi ha sperimentato la sospensione temporale di un evento che, per dirla con l’apparente illogicità degli aforismi/koan Zen, ha reso udibile al pubblico “il suono dell’applauso prodotto con una sola mano”.

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