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25 maggio 2017

Spettacoli

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31.01.2012

Dal Settecento a oggi è un “Ventaglio” ad effetto

Una scena della commedia “Il ventaglio” portata a Noventa: fisica, carnale, a tinte forti.  Successone|
 “Il ventaglio”... post-goldoniano
Una scena della commedia “Il ventaglio” portata a Noventa: fisica, carnale, a tinte forti. Successone| “Il ventaglio”... post-goldoniano

Alessandra Agosti
NOVENTA
Si è detto e ripetuto: di un classico si può fare ciò che si vuole, purché l'operazione abbia un senso, sia utile e risulti comprensibile. Domanda: "Il ventaglio" di Carlo Goldoni messo in scena domenica pomeriggio al Modernissimo di Noventa - a una manciata di giorni dal debutto - da Teatri e Umanesimo Latino Spa e Teatro Stabile del Veneto, per la regia e l'adattamento di Damiano Micheletto, rispetta queste condizioni? Possiamo dire di sì, anche se qualche intervento, soprattutto sul testo, può lasciare un po' spiazzati e persino confondere: ma si tratta di piccoli peccati veniali in un quadro che nel complesso emoziona, stupisce e diverte.
La rivisitazione portata avanti dal regista e affidata ad un gruppo di giovani e ottimi attori si muove su diversi piani con un preciso obiettivo: sottolineare l'universalità del messaggio lanciato dal Goldoni, ossia che l'amore rende da sempre tutti pazzi e alquanto stupidi, ma alla fine quel che conta è essere sinceri, parlarsi, non aver paura dei propri sentimenti.
Il primo intervento è dunque temporale: Michieletto stacca l'azione dal Settecento goldoniano e la colloca in una scena essenziale (poche sedie di plastica e una grande parete-lavagna bianca sullo sfondo), vestendo gli interpreti di abiti e atteggiamenti contemporanei. Ecco allora che Evaristo si agita in tenuta da tennis rincorrendo l'amata Candida in tubino di cotone e occhiali e borsetta a cuore e il ventaglio (anzi, miniventilatore portatile) che le vuole donare, mentre il suo rivale Barone si aggira in completo nocciola, borsa da ufficio e cellulare, inseguito da un Conte un po' "bellezzamia", un po' playboy da balera anni '70 e via così, un personaggio dopo l'altro.
Il secondo intervento, sostanziale e profondo, è sul testo e persegue lo stesso fine di universalità. Limato appena l'originale, Michieletto viaggia nel tempo anche sulle ali della parola e incastona qua e là versi poetici di Shakespeare e frammenti di moderne storie d'amore infelice: va capito il meccanismo, soprattutto gli inserti contemporanei, che si muovono paralleli e non tangenti al racconto.
Ma sul testo l'operazione va oltre e qui sta forse il suo merito maggiore. "Il ventaglio", scritto da Goldoni nel 1763 quando da poco si era trasferito a Parigi, segna un ritorno alla commedia d'intreccio, tutta giocata sull'azione (il frenetico passare di mano in mano di questo piccolo oggetto, simbolo d'amore) a scapito della psicologia dei personaggi: in questo allestimento il regista riesce però a dare all'azione il ritmo forsennato voluto dall'autore, spezzettando ulteriormente le scene e trasformandole quasi in "strisce" fumettistiche, ma al tempo stesso fa affiorare i singoli personaggi come passandoci sopra con un evidenziatore colorato. Un'operazione portata all'estremo, con felice intuizione, trasformando in personaggio lo stesso ventaglio e ciò che esso rappresenta: l'amore, appunto, che tutto muove come un burattinaio giocherellone e volubile.
Fisica, carnale, a tinte forti, la commedia corre via veloce (nonostante le due ore buone di durata), travolgente, comica e frizzante. Grande in questo il merito degli attori, che non si risparmiano. Alessandro Albertin è un Conte (parente prossimo del don Marzio de "La Bottega del Caffè") reso abilmente nella sua piccolezza di titolato decaduto, intrigante e scroccone; gradevole anche la sua irruzione come "personaggio tagliato" nel secondo atto. Attorno a lui la Geltruda misurata di Katiuscia Bonato, la capricciosa Candida di Giulia Briata, il Barone ben costruito di Emanuele Fortunati e lo smanioso Evaristo di Daniele Bonaiuti. Fuoco e fiamme tra i popolani, bombe di energia che sembrano uscite da "Il campiello": l'incontenibile Giannina dell'ottima Silvia Paoli, l'effervescente Susanna di Manuela Massimi, l'irresistibile ciabattino hippy Crespino di Silvio Barbiero, il furente oste Coronato di Pierdomenico Simone e i teneri Moracchio di Nicola Ciaffoni e Limoncino di Matteo Fresch. Infine, il ventaglio-cupido di Giuseppe Nitti, sornione come lo Stregatto e magico come Puck, in frack, t-shirt, scarpe rosse e alucce sulle spalle.
Per tutti tante risate e tanti applausi dal pubblico del Modernissimo.

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