16 gennaio 2019

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23.11.2015

1943, ombre e luci su Mussolini
senza usare le lenti dell’ideologia

Tom Corradini sul palco del Bixio, autore, interprete e regista
Tom Corradini sul palco del Bixio, autore, interprete e regista

Lorenzo Parolin

VICENZA

Ci voleva l’Inghilterra per regalare a Vicenza uno spettacolo profondo e coraggioso. L’Inghilterra perché “Gran Consiglio Mussolini”, due sere fa al Bixio di via Mameli, nasce in inglese per il pubblico d’oltremanica. Lì, la seconda guerra mondiale è una pagina da leggere con gli occhi dei vincitori e Mussolini è una figura che non sposta i consensi elettorali. Così, se ne può seguire la vicenda politica e umana senza indossare le lenti dell’ideologia. È quanto ha fatto Tom Corradini, autore, interprete e regista della piéce, premiata come miglior performance al Fringe Festival di Praga. È la notte tra il 24 e 25 luglio del 1943, gli alleati premono da sud, Roma è destinata a cadere e la parabola di Mussolini entra in fase declinante. Nelle stanze di palazzo Venezia, dove il capo del governo si è ritirato, comincia un lungo flashback che va dall’infanzia in Romagna, agli anni del socialismo, al fascismo d’ “antemarcia”, alla costruzione del consenso. Ultimi, la guerra e il patto mortale con il nazismo di Hiltler a conclusione di una sequenza nella quale Corradini spazia dall’antropologia alla psicoanalisi. Due , in ogni caso, sono i capisaldi di “Gran Consiglio Mussolini”. In prima battuta, la distinzione, marcata più volte, tra fascismo italiano, e nazionalsocialismo tedesco (e Hitler, non a caso, ha le fattezze di un pupazzo deforme). Il padre nobile, in questo caso, è lo storico Renzo De Felice, liberale, tra i primi, nell’Italia postbellica, a rompere il tabù del fascismo come “male assoluto”. Così, del Ventennio, Corradini rileva le ombre, ma anche il consenso quasi unanime fino alle leggi razziali, e il credito conquistato in ambito internazionale di cui Winston Churchill fu il principale interprete. In seconda battuta, lo spettacolo legge l’ultimo Mussolini anche come vittima degli eventi. Da un (colpevole) errore di valutazione sulla durata del conflitto dopo la fase della guerra-lampo, alla campagna di Grecia in risposta agli sgarbi del Fuhrer, alla necessità di umiliarsi a chiedere l’aiuto tedesco, alla restituzione del favore in Russia, dal ’40 in poi la vicenda entra in una spirale dalla quale, suo malgrado, Benito Mussolini non riesce a liberarsi. Dell’uomo osannato come il Duce, emergono punti di forza e fragilità, in uno spettacolo che in poco meno di un’ora e mezzo restituisce la complessità di un’epoca non riducibile a semplice “malattia morale” dell’Italia. Stupisce, semmai, che nel 2015 il pubblico debba ancora attendere ancora qualche secondo prima di scaldare l’applauso per uno spettacolo che ha ottenuto consensi internazionali. La fine del fascismo, ormai, è materia da libri di storia, e non sarà certo una serata in cui Mussolini fa la figura dell’essere umano a mettere in crisi l’ordinamento democratico. “Gran Consiglio”, quindi, merita di portare a casa un battimani convinto. Senza “se” e senza “ma”, come si dice oggi.

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