mercoledì, 18 luglio 2018
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12.07.2018

Ritorno a Itaca

E deve essere per forza una congiura degli dei, Zeus o giù di lì, se Omero torna a parlarci. Dall’antica Olimpia uno scavo archeologico ha riportato alla luce una tavoletta di argilla, dove sono incisi 13 versi dell’Odissea. Potrebbe trattarsi della traccia più secolare del poema epico: addirittura prima del III secolo d.c. Stiamo parlando di un estratto dal libro XIV: il ritorno di Ulisse a casa. Nella sua Itaca. È forse una delle parti più belle: Ulisse, addormentato sulla spiaggia, si ridesta e per un attimo non si ritrova più: un bacio in fronte alla terra e poi via, vestito da vagabondo, e riconosciuto solo dalla sua vecchia nutrice, a sbarazzarsi dei Proci, che insidiano sua moglie e il suo trono. Dovremmo essere sordi per non sentire “la forza del passato” che ci ammonisce: gli uomini possono attraversare mari, conquistare orizzonti, farsi gabbare da Circe, chiamarsi con il nome di Nessuno per sfuggire a Polifemo. Ma devono tornare a casa. Ed è quello il viaggio più difficile. Tornare a casa da stranieri, da vagabondi, in una patria massacrata ed occupata da altri. Giustissimo aiutare e ospitare chi ha bisogno, ma dobbiamo ricordarci soprattutto che stiamo aiutando cittadini di un altro Paese e di un’altra Patria. Dobbiamo aiutare quel Paese e quella Patria. A sua volta, chi giunge qui vestito di stracci, deve tenere a mente che l’obiettivo finale della sua vita è tornare a casa. Dove ha lasciato Penelope, i figli. La sua terra nutrice. Ulisse ce lo insegna: il mondo non è la Patria di tutti. La Patria è il mondo di tutti. Di tutti quelli che hanno una casa e sono fieri di tenerla in ordine. Di quelli che non ce l’hanno più e chiedono ai primi di aiutarli a tornarci. L’integrazione è bellissima. Itaca di più. •

di GIANCARLO MARINELLI
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