lunedì, 24 settembre 2018
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02.09.2018

Foglie di Fico

Travaglio, in effetti, è la parola che meglio descrive lo stato d’animo di un certo numero di elettori pentastellati smarriti in questa estate da “si Salvi(ni) chi può”. Non dev’essere semplice, per chi ha fatto le valigie nel segreto dell’urna traslocando dal Pd al Movimento con la puzza sotto il naso per le politiche radical chic del centrosinistra, trovarsi ora a difendere un governo che è certamente più verde che giallo, dove il premier non si sa bene chi sia e la scena se la prende tutta il capo leghista mentre Di Maio passa il tempo a fare il bersaglio mobile tra spread e debito pubblico. Non a caso, dalle colonne del Fatto quotidiano, giornale non certo ostile al pianeta grillino, Marco Travaglio (ops, nomen omen) esorta il Luigino nazionale a staccare la spina al governo. Ovunque si odono mal di pancia, qua e là si teorizzano scissioni, come quella del fuoriuscito Pizzarotti, che a Vicenza ha raccolto gli orfani della lista ghigliottinata alle ultime comunali dalle insondabili sentenze della piattaforma Rousseau. Quello che sta pagando la balena gialla di Grillo & Casaleggio è il prezzo della più classica legge del contrappasso: si sono imposti assicurando di non essere di destra né di sinistra e ora si stanno incartando proprio lungo una linea di frattura che invece ancora marca la distanza tra destra e sinistra come la difesa dei confini nazionali e la gestione dell’accoglienza. Così quei duri e puri a cui il Pd stava stretto si aggrappano ora alla barba di Roberto Fico, il presidente della Camera che battibecca con Salvini e dell’alleanza con Orbàn dice peste e corna: «Quanto di più lontano ci sia da me». Fico è un po’ quel che erano D’Alema per Prodi o Bersani per Renzi: chi di sinistra ferisce, di sinistra a volte perisce. •

di GIAN MARCO MANCASSOLA
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