martedì, 21 novembre 2017
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09.11.2017

Subito arrestato
E la selezione?

Ma l’arresto di un appena eletto dal popolo è un problema che riguarda la giustizia o la politica?

Per ora la sorte di Cateno De Luca, fresco consigliere regionale - ma loro si fanno chiamare «deputati» - dell’Assemblea siciliana, è nelle mani del gip di Messina, che l’ha mandato ai domiciliari accusandolo di evasione fiscale. E così quest’uomo, che era candidato dell’Udc nello schieramento del centro-destra, ha probabilmente stabilito un primato a sua insaputa: non si fa in tempo a chiudere lo spoglio elettorale, che c’è già il primo onorevole agli arresti, pur dorati, di casa. E il fatto che ciò avvenga in contemporanea con la vittoria di Nello Musumeci, il nuovo presidente di destra della Sicilia da tutti considerato uomo probo e dalla riconosciuta moralità, dà l’idea del paradosso: com’è possibile che la politica non riesca a selezionare le candidature?

Fare politica non è un obbligo di legge né una prescrizione del medico. Che cosa, allora, continua a impedire ai partiti di scegliere persone uguali alla stragrande maggioranza degli italiani, ossia senza conti aperti con la magistratura?

È un approccio che dovrebbe precedere il principio costituzionale della presunta innocenza fino a sentenza definitiva, che vale per De Luca come per chiunque. E che in Sicilia è stato oggetto di polemica: la presentazione degli impresentabili, come sono stati battezzati i candidati a volte segnalati con allarme perfino dalle prefetture e dalle procure. Ma i partiti ignorano l’allarme rosso.

Anche ad Ostia, altro luogo dove si vota, la politica sta dando prova di grande debolezza.

Un giornalista della Rai è stato aggredito con violenza (il filmato è in Rete: ciascuno può indignarsi da sé) dal titolare di una palestra, tale Roberto Spada, fratello di un boss condannato a dieci anni in primo grado. Setto nasale rotto per Daniele Piervincenzi, che da cronista gli stava chiedendo perché appoggiasse un candidato di Casa Pound. «Voleva entrare per forza nella palestra e ha spaventato mio figlio», s’è difeso l’uomo del gesto indifendibile.

Anche in questo diverso ma egualmente scioccante episodio, non bastano la condanna unanime della politica e la solidarietà del giorno dopo al collega. Neppure l’inchiesta della magistratura. C’è, di fondo, una questione etica colossale: i partiti hanno il dovere di ripulire quest’atmosfera, che alimenta la rabbia di tanti e il populismo di chi non ne può più.

FEDERICO GUIGLIA
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