lunedì, 17 dicembre 2018
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06.12.2018

Questa Italia che perde il treno

Nella Prima Repubblica quando il governo non voleva decidere si creava una commissione. Nella Terza, si fa un comitato. Con la partecipazione, tanto per non scontentare nessuno, di tutte le parti in causa. Tutto bene se non si trattasse di posti di lavoro e investimenti e se non fosse in gioco un’opera che vale 9 miliardi e che dovrebbe rendere più connesso il nostro Paese all’Europa. Invece, ancora una volta sulla Tav, la linea ferroviaria ad alta velocità fra Torino e Lione, va in scena il copione dell’eterno rinvio. Con buona pace delle imprese che avevano puntato su questa infrastruttura per tirarsi fuori dalle secche della recessione e dei lavoratori che avrebbero dovuto essere impegnati nei cantieri per uscire dalla disoccupazione. Fa bene il governo ad ascoltare le ragioni di tutti, dai Sì-Tav, ieri ricevuti a Palazzo Chigi dopo essere scesi in piazza a Torino, ai più No-Tav, che continuano ad avere un filo diretto con M5S, fin dall’inizio ostili alla realizzazione di questa infrastruttura. Ma quello che non si può accettare è l’idea di continuare a prendere tempo. Impegnandosi a completare entro dicembre l’esame dei costi-benefici dell’opera ma facendo slittare a prima delle elezioni europee ogni decisione. Esiste una contabilità del consenso elettorale che non è compatibile con le regole del mercato e con quelle di un Paese che vuole rimboccarsi le maniche e trovare la strada della ripresa. Ma non basta. Perché sulla Tav bisogna fare anche i conti con l’Europa e l’altro socio dell’Italia che si trova al di là delle Alpi, la Francia. Roma e Parigi hanno già chiesto alla Ue più tempo per far partire i bandi di gara per i nuovi cantieri ma difficilmente Bruxelles potrà concedere ulteriori proroghe. Del resto, fermare la Tav, potrebbe costare ai contribuenti italiani più che il suo completamento. Dalle prime stime l’uscita dell’Italia dal progetto comporterebbe la restituzione di circa due miliardi fra risorse ottenute dall’Ue, quelle già spese dai francesi e gli inevitabili ricorsi da parte delle imprese aggiudicatarie dei lavori. Senza contare i fondi necessari per mettere in sicurezza le opere già realizzate. Un prezzo già altissimo dal punto di vista economico, ancora più pesante se si considera anche la perdita di credibilità del nostro Paese rispetto agli impegni assunti. Sarebbe più opportuno decidere senza più rinvii spingendo le due anime della maggioranza a giocare a carte scoperte. Una partita più impegnativa ma che eviterebbe al Paese la sgradevole sensazione di essere preso in giro.

di ANTONIO TROISE
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