mercoledì, 17 ottobre 2018
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12.07.2018

La sfida flessibilità

Rieccoli i voucher, odiati dalla Cgil di Susanna Camusso, che si era spinta fino a minacciare un referendum, e cancellati dall’ex premier Paolo Gentiloni, proprio con l’obiettivo di evitare l’ennesima consultazione popolare. E invece, dopo la smania iconoclasta del decreto dignità sui contratti a termine, perfino il superministro del Welfare, Luigi Di Maio, ha riaperto la porta, sia pur piantando paletti ben precisi: evitare gli abusi e limitare l’ambito di applicazione solo ad alcuni settori. Se non è una svolta, poco ci manca. Anche perché, di fatto, è sempre sbagliata l’idea che per reprimere un abuso si deve per forza di cose cancellare lo strumento che viene «abusato» senza tentare di semplificare le norme e potenziare i controlli. In realtà, l’apertura di Di Maio sui voucher è l’ennesima dimostrazione di un mercato del lavoro che continua a richiedere flessibilità senza che, automaticamente, questa debba trasformarsi in sinonimo di precarietà. Ci sono, infatti, alcuni dati sui quali vale la pena riflettere. In Italia da tempo aumenta la quota dei contratti di lavoro a termine, quelli che nell’immaginario comune sono identificati come posti precari. Ma è anche vero che, contestualmente, diminuisce il lavoro autonomo a dispetto di quello dipendente, l’esatto contrario di quello che avviene in Europa. Ci sono poi alcuni miti da sfatare. I contratti a tempo determinato sono pari al 16% del totale, un dato in linea con la Francia e la Germania e nettamente inferiore a quello della Spagna, che viaggia al 26,3%. Se questi sono i numeri, siamo sicuri che una stretta come quella introdotta dal decreto dignità rappresenti la ricetta giusta per combattere il lavoro precario? Non si rischia che, date le caratteristiche del nostro mercato, aumenti in maniera esponenziale il sommerso e il lavoro nero, quello sì senza alcuna tutela né contratto? I voucher, per quanto criticati possono sicuramente rappresentare una formula di compromesso fra il ridimensionamento dei contratti a termine e la necessità di garantire flessibilità e mobilità al mercato del lavoro. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. E forse, più che limitarsi a smontare le precedenti riforme, il governo dovrebbe avere il coraggio di andare oltre e puntare ad una riforma complessiva del mercato del lavoro che renda davvero competitivi i posti fissi e scoraggi fiscalmente quelli a termine. Un tema che, fino ad ora, non è ancora comparso nell’agenda dell’esecutivo «gialloverde». Non è mai troppo tardi.

di ANTONIO TROISE
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