sabato, 20 gennaio 2018
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07.12.2017

L'esibizione dei muscoli

Donald Trump alla fine ha rotto gli indugi: Gerusalemme sarà riconosciuta capitale d’Israele dagli Stati Uniti, unico Paese al mondo che si appresta a trasferirvi la propria ambasciata da Tel Aviv. E dal mondo le reazioni si sono fatte sentire subito. A fronte dell’esultanza del premier israeliano Netanyahu, ecco la minaccia di Hamas: «Una decisione che apre le porte dell’inferno». E poi il no della Russia, l’ira nei Paesi arabi, le prime bandiere a stelle e strisce bruciate a Gaza, il Papa che esorta Trump a ripensarci. La decisione ha già lasciato il segno prima ancora di essere attuata. Ma si presta a due opposte interpretazioni politiche, a parte l’evidente volontà degli Stati Uniti di far valere il suo peso in un’epoca di grandi paure. E ogni riferimento va alle manovre di guerra del nord-coreano Kim Jong-un all’insegna dello spettro nucleare. Dunque, che cosa rappresenta la scelta di Trump? Una scossa che mancava per finalmente promuovere quel processo di pace da tutti a parole auspicato, ma da nessuno realizzato in tanti anni? Oppure è una temeraria esibizione di muscoli, destinata solo a incendiare la polveriera del Medioriente, e magari anche utile per far dimenticare il cosiddetto «Russiagate» in patria? Una cosa è comunque certa: la decisione del presidente è un fulmine, ma non arriva a cielo sereno. Il conflitto tra Israele e i palestinesi da troppo tempo cova sotto la cenere e tutti gli appelli, anche da parte dell’Europa, a dar vita a «due Stati e due popoli» continuano a restare lettera morta. Quest’eterno e irrisolto conflitto alimenta gli altrui pretesti di guerra e di violenza che si succedono in quella parte del pianeta e altrove. Tant’è che ogni presidenza americana s’apre con la promessa solenne di portare finalmente pace e riconciliazione in Mediooriente. E si chiude col puntuale fallimento della buona novella. Gerusalemme con le sue tre fedi «uniche e sacre» per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, simboleggia ciò che dovrebbe essere per tutti: la fine d’ogni controversia e la pacifica convivenza. Ma il timore che serpeggia nei governi è che la scelta americana, basata su una legge statunitense del 1995 rimasta da allora inapplicata proprio per le conseguenze pratiche che si temeva potesse scatenare, comprometta ogni residua e pur labile speranza. Se invece l’avrà, paradossalmente, riaccesa - la spenta speranza - lo potremo vedere e valutare molto presto. •

STEFANO VALENTINI
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