martedì, 26 marzo 2019
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16.01.2019

Il naufragio di Londra

Il giorno più lungo della Gran Bretagna si conclude con la disfatta di Theresa May e del suo accordo per una «soft-Brexit», l’uscita morbida dell’Inghilterra dall’Unione Europea. Una bocciatura del parlamento inglese è stata clamorosa, con i No che hanno più che doppiato i Si: 432 contro 202. Uno scarto di 230 voti, 130 in più rispetto alla soglia di «sicurezza» fissata dalla premier per continuare il suo percorso e, magari, tornare a Bruxelles per rinegoziare l’accordo. Ora, tutto torna in alto mare. A cominciare dallo stesso governo. Il leader laburista, Jeremy Corbyn ha già presentato una mozione di sfiducia. In gioco c’è non solo il futuro politico della premier ma anche quello di una nazione alla ricerca di un nuovo assetto dopo il salto nel buio del referendum sull’Ue. Ieri c’è stato l’epilogo di una lunga stagione segnata da polemiche, trattative infinite, scontri al vetriolo fra i partiti. Il tutto condito nella salsa anglossassone di un sistema politico che ha garantito l’alternanza alla guida dell’esecutivo ma che non ha mai risolto il problema degli equilibri di potere fra Governo, Parlamento e Monarchia. Non a caso, ieri, nonostante la bocciatura, la May ha potuto sfidare i parlamentari e restare al suo posto. In attesa dell’esito del voto sulla sfiducia previsto oggi. Ma c’è di più. Perché la premier potrebbe addirittura aggirare il Parlamento chiedendo direttamente al popolo di esprimersi sull’accordo attraverso il referendum. Un’ulteriore variabile in uno scenario pieno di incognite. Le opzioni sul tappeto sono diverse. L’Inghilterra, ad esempio, potrebbe giocare la carta dei rinvio della Brexit, magari di qualche anno. Le altre due possibilità, l’«hard Brexit», ovvero l’uscita totale o, addirittura, una clamorosa retromarcia con il ritorno nell’Ue, appaiono altrettanto improbabili. Resta poi l’ipotesi più pericolosa, quella del cosiddetto «no deal, l’uscita senza alcun accordo: una scelta che potrebbe costare all’Inghilterra quasi 4 punti di Pil da qui al 2030 e dell’1,5%, sempre nello stesso arco di tempo, all’intera Europa. Numeri da brivido per un’economia che un po’ dovunque, a cominciare dall’Italia, è entrata in una fase di stagnazione se non, addirittura, di recessione. Ma, al di là delle previsioni, l’unico dato certo è che il Regno Unito sta entrando in una nuova stagione fatta di caos. Insomma, la lezione inglese suona da monito per tutti coloro che predicano facili fughe dall’Unione Europea e dovrebbe indurre ad una pausa di riflessione alla vigilia del voto del prossimo maggio.

di ANTONIO TROISE
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