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24 giugno 2018

Cultura

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05.07.2010

Uomini che usano violenza alle donne È tutto nella Bibbia


 La «Madonna d'Algeri», foto emblematica della sofferenza femminile: fu scattata all' indomani del massacro di Bentalha da Hocine Zaourar
La «Madonna d'Algeri», foto emblematica della sofferenza femminile: fu scattata all' indomani del massacro di Bentalha da Hocine Zaourar

La violenza sulle donne ha origini lontane e radici tanto profonde da essere iscritta anche nella storia biblica. È una violenza a tratti feroce a tratti obliqua, manifesta ma soprattutto nascosta e soffocata. Le vittime per lo più tacciono dentro i propri destini, di fronte al sopruso, e si stringono nel loro drammatico silenzio. Solo rare volte hanno il coraggio di urlare nei sussurri e nei gesti del loro corpo violato quel dolore inciso nella carne.
A raccontarci queste storie e a offrircene una lettura nuova, che presto verrà raccolta in un libro, è la biblista Antonella Anghinoni, docente di Antico Testamento all'istituto di scienze religiose Santa Maria di Monte Berico di Vicenza, che da anni si dedica allo studio delle donne nella Bibbia. Una specialista che ha però il dono della divulgazione: alle sue conferenze, anche su temi difficilissimi, è difficile trovare posto a sedere.
La cronaca abbonda, purtroppo, di violenze alle donne. La legge cerca di adeguarsi, di solito in ritardo, inventando nuobe fattispecie penali di crimine: ultima lo stalking, nei casi di persecuzione attraverso molestie. Ma c'è poco da inventare: già nella Bibbia la casistica è impressionante. La teologa sceglie i casi di tre donne emblematiche quanto dimenticate «che hanno subito violenza: Dina da uno straniero, Tamar da un fratello, la concubina del levita da un gruppo. Sono tre storie diverse, ma in tutte l'atto violento porta con sé una devastazione infinita. Perché ripercorrerle? Ci invita alla compassione, al rifiuto dell'indifferenza, al coraggio della denuncia contro il male».
La stupro fatto a Dina è narrato in uno dei brani più violenti della Bibbia, in Genesi al capitolo 34. Si racconta della piccola Dina, figlia di Lia e Giacobbe, vittima del principe Sichem che la vede, l'attira nella sua casa e la possiede. Innamoratosi poi di lei, Sichem la chiede in sposa. I figli di Giacobbe acconsentono ma a una condizione: che Sichem e tutto il suo popolo si facciano circoncidere in segno di conversione al Dio biblico. Così la parola dell'alleanza sarebbe stata incisa anche nella carne di quei vicini. Ma è un inganno, un pretesto per indebolire il nemico e sopraffarlo nella sua vulnerabilità. Al terzo giorno dopo la circoncisione dei Sichemiti, Simeone e Levì assalgono la città e uccidono tutti i maschi. «Questa narrazione è di 3.000 anni fa», dice la biblista, «ma potrebbe essere una cronaca giornalistica. Ancora oggi le donne pagano con la violenza sessuale il semplice fatto di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato». E anche oggi, piuttosto che reclamare giustizia, la violenza serve di pretesto alla politica.
Tratta dal secondo libro di Samuele al capitolo 13, è la storia dello stupro di Tamar, sorella di Assalonne, figli del re Davide e della stessa madre, una principessa transgiordanica. Amnon, loro fratellastro, si innamora disperatamente della bellissima Tamar; non può più vivere senza di lei, non mangia, è disperato e alla fine ricorre a un sotterfugio, consigliato dal suo amico e cugino Ionadab. L'innamorato si finge ammalato e quando suo padre lo va a trovare gli chiede di mandargli Tamar a preparargli da mangiare. La ragazza ubbidisce, ma mentre gli offre le frittelle fatte con le sue mani, Amnon l'afferra dicendo: «Vieni, unisciti a me, sorella mia». Tamar si rifiuta e suggerisce al fratellastro di chiederla in sposa al padre. Amnon non vuole sentire ragione, afferra la ragazza e la violenta e poi la caccia. Chiama il servo e gli chiede di sprangare la porta dietro di lei. La cieca passione che Amnon aveva scambiato per amore l'aveva portato al delitto e alla follia. Tamar si strappa la tunica, si sparge ceneri sulla testa e se ne va gridando. A quel punto Assalonne si insospettisce e scopre la verità, prende in casa la sorella consigliandole però di rimanere in silenzio. Per vendicare l'offesa, il fratello ucciderà Amnon.
Dalla violenza nasce altra violenza e la tragedia dilaga: Tamar si trova impigliata in una fitta rete di relazioni maschili le quali, invece di proteggerla, diventano responsabili direttamente o indirettamente della violenza contro di lei. «Gli abusi domestici sono tra le violenze più terribili perché avvengono proprio nei contesti dove i più deboli dovrebbero essere tutelati, protetti e amati», sottolinea la biblista.
La terza storia di violenza è tra le più raccapriccianti. Ci troviamo davanti a uno stupro collettivo e alla mutilazione della donna abusata. Si tratta dell'ultimo episodio narrato dal libro dei Giudici (capitoli 19-21) in cui il protagonista è un levita di Efraim che si mette in viaggio per andare a riprendersi la concubina che è tornata alla casa paterna. L'uomo per riaverla con sé, decide di partire con l'intenzione di «parlare al suo cuore»: proprio come fece Sikem con la povera Dina, dopo lo stupro, quando si rese conto di amarla. Ma invece che con la donna, il levita si intrattiene con il suocero che, dopo averlo ospitato parecchi giorni, finalmente lo lascia partire insieme alla moglie. I due arrivano la sera tardi a Ghibea, città dei Beniaminiti, e vengono ospitati da un vecchio di Efraim. Improvvisamente i Beniaminiti bussano alla porta dicendo al vecchio di fargli uscire il levita «perché vogliono abusare di lui». Sarà lo stesso levita a spingere fuori la concubina che viene violentata per tutta la notte. Il mattino seguente il levita esce per riprendere il viaggio e trova la donna stesa con le mani sulla soglia della casa. «Alzati, andiamocene», le ordina, ma la donna non risponde, forse «perché era morta», come aggiunge il testo greco, a differenza di quello ebraico che la lascia supporre ancora viva. Viene caricata sull'asino e, una volta a casa, il levita impugna il coltello e taglia il suo corpo in 12 pezzi da mandare alle 12 tribù d'Israele. Sarà questo il pretesto per una guerra civile, per altri stupri e assassini.
«Questa donna, abusata e dilaniata, è per tutti una lettera vivente che ancora attende risposta», conclude la biblista. «Nessun buon samaritano le si era accostato per soccorrerla, ungerle e fasciarle le ferite, affidandola infine alle cure di qualcuno. Quando, come in questo episodio biblico, si riduce la giustizia a misura del proprio parziale interesse», conclude Antonella Anghinoni, «è come se questa diventasse nuovamente corpo di donna stuprato e fatto a pezzi. Non c'è amore dove il silenzio nasconde la violenza. E proprio il silenzio diventa parte della storia schiacciata e taciuta che molte donne si portano dentro. Invece l'occhio della compassione è l'occhio della speranza, quello che sa vedere il dolore del mondo e credere nella redenzione».

Maria Teresa Ferrari
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