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17 novembre 2018

Cultura

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06.08.2010

Porno zombie comico e la bomba Greenaway


 Il regista inglese Peter Greenaway, protagonista a Locarno
Il regista inglese Peter Greenaway, protagonista a Locarno

Succede di tutto in un lungo grigio giorno di pioggia battente sulle rive del Lago Maggiore. Succede che sullo schermo un ridicolo porno zombie si ritrovi in concorso al festival e che uno straordinario video di Peter Greenaway, completato proprio qui, a Locarno, pochi giorni fa, sia presentato al di fuori dalla manifestazione, con una incontenibile fila di pubblico in cerca di emozioni.
LA.Zombie di Bruce LaBruce ha l'unico merito di allungare il già nutrito catalogo degli horror-omo-porno, senza nulla dire di più né sul versante horror né su quello dei film omosessuali, anzi offendendo il mondo omo senza neppure il paravento dell'ironia.
Si ride per non piangere di fronte alla pochezza delle idee del regista, di fronte alla banalità degli effetti speciali, alla pochezza della recita. Ma che recita si possa pretendere da uno che va in giro con un organo sessuale da pornodivo a inseminare, per ridar loro vita, corpi straziati dalla violenza. Il buon samaritano va al bar a bere il caffè e si strugge di fronte alla strage che vede cadere quattro belloni culturisti che non sognano altro che farsi di coca e l'uno con l'altro.
Il regista lo definisce un soft porno e sa che in Germania e in altri Paesi sarà venduto negli sexy shop. Arriverà anche in Italia, in dvd.
Questo è il concorso di Locarno 63. Per fortuna intorno a un festival nascono molte altre iniziative, anche se è strano che una che porta il nome e l'opera di un maestro come Peter Greenway sia lasciata senza il simbolo del festival. Ieri infatti è stato presentato in prima mondiale, in un luogo che «puzza» di storia, come il Rivellino di Locarno, più che attribuito a Leonardo, visto che i disegni del suo progetto si trovano negli archivi milanesi dedicati al genio da Vinci.
In questa struttura militare nel corso del tempo si era formata una vera coltura di funghi. Greenaway ha legato le due cose: la geniale struttura militare e i funghi, per ricordare con uno straziante video i 65 anni dell'esplosione del primo fungo atomico. Lo ha fatto con 92 atomic bomb explosions on the planet Earth, venti minuti che si imprimono nella mente ferendola.
Sullo schermo cinque alla volta messe, in fila, si vedono alcune delle oltre duemila bombe atomiche esplose dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni. Sono documenti freddi e crudeli che puntano il dito sull'imbecillità dell'uomo. Greenaway costringe a meditare sul fatto che tutte queste esplosioni sono come quasi sei anni di fila, giorno dopo giorno, che terra e mari sono sconquassati da atomiche di potenza inaudita.
Guardando quei funghi che salgono al cielo ci si chiede quali menzogne ci hanno raccontato per coprire i danni che hanno fatto alla nostra atmosfera, alla vita sulla terra e a quella marina. Ci si chiede dove hanno portato le nuvole tutta quella maledizione. E cosa resta nel deserto del Nevada, in quello del Nuovo Messico, nelle lande della Siberia, nei deserti cinesi, negli atolli del Pacifico, nel deserto d'Algeria dove i francesi prima di andarsene hanno lasciato il velenoso segno. Ci si chiede infine in che mondo viviamo.
E il pubblico esce piangendo, impaurito. Conoscere fa male, e il cinema non è solo quello dei porno zombie, è soprattutto quello che racconta all'uomo, come usavano raccontare gli antichi cantori. Greenaway diventa l'amaro Omero del nostro tempo.
Peccato che il festival non l'abbia visto. Mentre non lascia segno anche l'altro film in concorso, lo svizzero Song of Love and Hate di Katalin Gödrös, sul tema della pubertà, della nascita della sessualità, del peso dell'idea maledetta dell'incesto. Delude anche il film che doveva essere in Piazza Grande se non ci fosse stata la pioggia: King's Road della islandese Valdis Oskardottir, una commediola senza ritmo e strampalata, che fievolmente annoia fino a chiudersi nel disinteresse. E oggi tocca a Hugo Koblet, il ciclista maledetto, sfidare la Piazza Grande.

Ugo Busaporco
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