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08.01.2013

Che stile
quel Fry

Stanza di Monk's House, nel Sussex, casa di Leonard e Virginia Woolf arredata in stile Omega Workshop
Stanza di Monk's House, nel Sussex, casa di Leonard e Virginia Woolf arredata in stile Omega Workshop

Esce in coincidenza con la mostra al Mart di Rovereto, «Un altro tempo» (a cura di Lea Vergine, fino al 13 gennaio: vedi l'articolo a destra in questa pagina) l'ultimo libro di Virginia Woolf, mai prima tradotto in Italia: Roger Fry (Roma, Elliot). È una biografia originale e sensibile di uno dei più vivaci e intelligenti membri del cenacolo di Bloomsbury. Roger Fry era particolarmente aperto e simpatico, privo di quell'affettazione e di quello spirito di superiorità che connotava tutti gli altri di Blomsbury. Virginia ammetteva senza rimorsi lo spirito elitario del gruppo che respingeva categoricamente chi era ritenuto privo delle virtù necessarie per entrare a farvi parte. Il confronto fra le pagine della Woolf e la mostra di Rovereto è particolarmente rivelatore, anche se ciascuna di queste due ottime iniziative vive di vita propria. Nella biografia woolfiana Roger Fry è disegnato con minuzia e affettuosi chiaroscuri: soprattutto il progressivo allontanamento dagli ideali etici e perbenisti, decisamente conservatori, della famiglia d'origine quacchera e la scoperta della propria libertà e originalità intellettuale attraverso l'osservazione della pittura dei grandi classici e poi seguendo la vocazione a dipingere. Ma Fry non fu mai pittore di successo e questo rimase uno dei suoi crucci in una vita per altro segnata dalla notorietà più ampia, tra Inghilterra e Europa. La sua fama fu affidata alle sue esperienze come critico d'arte, sempre legate all'attività giornalistica e di critico militante. Davanti al pubblico era acuto, originale, decisamente affascinante, capace di vere scoperte nel campo artistico come Berenson, ma più di lui, apprezzato conferenziere. Era stato Fry ad allestire la mostra dei così detti postimpressionisti alla Crafton Gallery di Londra nel 1910. In seguito nel 1912 volle far conoscere i pittori che seguono la fioritura degli impressionisti e ne ampliano il messaggio innovativo, come Cézanne, Matisse, Seurat. La critica inglese ne fu scandalizzata e gli articoli deprecatori su uno stile definito «infantile» e sulla sicura condanna che avrebbe colpito quella scuola nefasta attraverso il massimo giudice, il Tempo, si sprecano. Fry non cede e anzi, proprio da questo ostacolo nasce la sua idea socialmente più originale, gli Omega Workshop. LA MOSTRA del Mart dedica parecchio spazio alle opere artigianali di questo gruppo di giovani artisti influenzati dalla pittura francese, che, sotto la guida di Fry, vuole innovare nel campo degli oggetti di uso quotidiano o meglio delle cosi dette arti decorative. Il laboratorio, al numero 33 di Fitzroy Square, sempre nel quartiere di Bloomsbury, avrebbe dovuto essere un espediente per aiutare gli artisti a raggiungere l'indipendenza economica in un momento in cui era difficile reperire possibili finanziatori (siamo nel 1913). Nelle stanze disadorne si lavora dall'alba al tramonto, in un clima di grande solidarietà, anche se le difficoltà di reperire i materiali, organizzare il lavoro eccetera non mancano. Fry si spende con un entusiasmo contagioso, fa di tutto, persino l'uomo di fatica. Lo scopo sembra sempre più vicino alla realizzazione, anche se si tratta di un'utopia elitaria, ma contagiosa. L'oggetto quotidiano viene rivisitato attraverso una nuova prospettiva con l'intenzione di riscattare le cose più semplici, un tappeto, una sedia, un vaso, dalla serialità industriale, attraverso l'impegno creativo del gruppo e il procedimento artigianale. Gli oggetti nati negli Omega Wokshop in mostra al Mart appaiono segnati dal gusto geometrico, essenziale, ritmico che tuttavia rivela la sua origine naturale: dalle specie vegetali nascono le forme ridotte alla loro essenza lineare; i colori astratti collaborano a questa trasformazione decisamente antinaturalistica e astratta nei suoi esiti più estremi. Tappeti, sedie, ma anche abiti creano subito una moda nei ceti più ricchi e intellettuali inglesi, anche se Virginia, a proposito degli abiti disegnati dalla sorella Vanessa, dichiara, senza mezzi termini, che preferisce tornare al color ecrù e ai merletti di stampo vittoriano.  IL VISITATORE oggi scopre questo esperimento — per altro preceduto dagli Arts and Crafts di William Morris, di cui gli Omega Workshop rappresentano la metamorfosi in chiave modernista — con un piacevole senso di deja vu. Sarà perché il design industriale moderno, anche nelle sue manifestazioni più originali, come nell'oggettistica di Carlo Scarpa, appare come il nipotino geniale di questo grande antenato, di cui almeno in pare recupera il procedimento industriale e la firma del creatore. Contro la perdita di identità provocata dalla civiltà industriale Fry vuole invece che le idee degli artisti restino sostrato anonimo, benché originale, possibile ritorno per ogni utente dell'oggetto alle radici arcaiche e spesso agresti, ma nella fusione con un rinnovato gusto moderno, fra fauve, cubismo, primitivismo e astrazione. Gli Omega ebbero un immediato successo e la tavolozza cromatica dichiaratamente espressionista, come il ritmo spezzato e lineare insieme, furono certamente all'origine di molte soluzioni art decò in epoca successiva. Il tempio di questo stile di arredamento e di vita assieme diventa la casa nel Sussex di Leonard e Virginia Woolf, the Monk's House, oggi preservata dal National Trust e aperta al pubblico. Gli Omega si estinguono nel 1919, dopo l'esperienza tragica della Grande guerra. Ma Vanessa Bell, figura centrale con Duncan Grant dei laboratori, continua la sua attività nella sua casa a Charleston. Accanto a lei il compagno della sua vita, Duncan Grant. Insieme raccolgono i mobili, rigorosamente usati, non sempre di buon gusto, li dipingono con colori forti e stridenti, grigio, lilla, giallo limone, verde mela; li accostano con criteri nient'affatto armoniosi. Dipingono i muri intorno ai quadri, le porte, i davanzali, come se ogni limite, muri compresi, dovesse inesorabilmente essere superato. D'altra parte in quella casa era valido un'unico limite, quello di tutti i membri della grande famiglia chiusi nel loro magico cerchio, simboleggiato dal tavolo rotondo della sala da pranzo, dove stavano tutti egualmente distanti dal centro. Ma anche lontanissimi da tutti e tutto quanto stava fuori dalla porta, nel mondo. Virginia sentenziava, con una punta di malizia: «Come famiglia credo diffidiamo di chiunque non faccia parte del nostro gruppo. Siamo troppo categorici quando decidiamo che questo o quell'altro non ha le virtù necessarie».

Paola Azzolini
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