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16 novembre 2018

Cultura

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26.08.2018

Papa Luciani sacerdote umile al soglio Pontificio

Convegno Rezzara del 1974:  cardinale Luciani con il vescovo Onisto
Convegno Rezzara del 1974: cardinale Luciani con il vescovo Onisto

L’auto che lo aveva trasportato a Roma, nelle ore precedenti il Conclave da cui doveva uscire il successore di Paolo VI, aveva qualche problema. «La ripari – disse il cardinale e patriarca lagunare Albino Luciani a un meccanico – devo tornare a Venezia». Altro che pronto ritorno nel Veneto in cui aveva trascorso una vita pastorale: milioni di trepidanti fedeli si ritrovarono invece davanti a lui, palesemente frastornato sulla loggia centrale della Basilica di San Pietro, col microfono in una mano e l’altra ad aggiustarsi l’irrequieto zucchetto candido. Una sola frase, pronunciata con una spiccata cadenza veneta, un primo largo sorriso benedicente elargito con tremuli gesti delle mani, e una sterminata moltitudine accolse già nella sua istintiva simpatia un pontefice che con l’auto-imposizione del binomio (dai suoi riferimenti Giovanni XXIII e Paolo VI), stabilì un caso unico nei venti secoli di storia della Chiesa cattolica. I vicentini conoscevano bene Luciani, più volte ospite in terra berica: a San Lorenzo e in qualità di relatore alla scuola di Cultura Cattolica, ai convegni dell’Istituto Rezzara di Recoaro e a Villa San Carlo di Costabissara. Nonostante l’ingannevole apparenza di debolezza caratteriale e l’aureola di bonarietà che gli derivava dall’essere scevro da manierismo, fu un pastore determinato dal proprio cristianesimo totalizzante e intransigente, con una profonda preparazione catechistica e teologica mai prevaricanti. Esperto educatore e provetto giornalista, sapeva trasmettere qualsiasi concetto attraverso discorsi intarsiati di episodi e aneddoti, esposti nella forma diretta eliminando il plurale maiestatis del protocollo ufficiale e, prima volta assoluta per un Papa, avvalendosi dell’efficace ausilio di un ragazzo del pubblico. Convinto osservatore delle direttive del Concilio Vaticano II, il pontefice agordino decise di svolgere un intenso lavoro d’orientamento: con cadenza quasi quotidiana, incontrò sia pastori d’anime sia politici, diplomatici e rappresentanti della società civile d’ogni parte del mondo, illustrando, spiegando e ribadendo gli insegnamenti e le direttive dello stesso Concilio, sostenendo la necessità del dialogo coi cosiddetti «laici» e riaffidando alla Chiesa il compito di tornare all’originaria umiltà. Giovanni Paolo I fu un moderato anticipatore della discussione di temi quali il problema dell’indigenza nel mondo, l’ingiustizia sociale e razziale, il sindacalismo, il ruolo della donna nella società odierna, la disoccupazione ma anche l’aborto e la questione della fecondazione in vitro, delicati argomenti poi ripresi da Papa Wojtyla. Tra i diversi punti del suo programma, Luciani aveva anche intenzione di riformare l’apparato della Curia e il Conclave; l’ Istituto per le opere religiose, meglio noto con l’acronimo di Ior, ricordare e onorare tutti i religiosi e cristiani che avevano patito per la fede in Cristo, dando anche la porpora a vescovi dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe che avevano sofferto la persecuzione, possibilmente andando a ricordarli nei loro Paesi; porre un vigoroso impulso sia all’Azione Cattolica sia all’operato dei vescovi dell’Est europeo. L’obiettivo minimo che sicuramente centrò nella breve permanenza in Vaticano fu di manifestare e confermare, sin dai primi incontri avuti, che l’opera di catechesi e la disciplina, sia quella esteriore sia quella «spicciola» del raccoglimento spirituale in se stessi, costituiscono perni fondamentali e irrinunciabili per tutti coloro che si sentono cristiani. Albino Luciani sapeva bene che ogni pietra posta con fatica e soprattutto umiltà («Humilitas» non a caso era il suo motto) dà efficace sostegno a ciò che verrà poggiato sopra a essa. In questo senso, i 33 giorni di pontificato della «cometa sorridente» furono pochi ma bastevoli. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Saverio Mirijello
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