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20 settembre 2017

Cultura

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01.10.2016

MOLESINI
E IL LIBRO
TALISMANO

Molesini con il suo romanzo “La solitudine dell’assassino”. COLORFOTO
Molesini con il suo romanzo “La solitudine dell’assassino”. COLORFOTO

Ha affinato la scrittura, è uscito dai temi prettamente bellici dei primi libri (“Non tutti i bastardi sono di Vienna” con il quale vinse il premio Campiello e “La Primavera del Lupo”). Andrea Molesini prima componeva, ora la scrittura scorre immediata e pungente. Descrittiva quanto serve. Vola sui personaggi, fraseggia con caratteri, ambientazioni, poi arriva al sodo. Non abbandona completamente il passato. Sente ancora tutti gli odori della sua Laguna, se li porta in giro in quest’ultimo romanzo “La solitudine dell’assassino” (Rizzoli, 368 pagine) dove il tempo è avaro, i personaggi cercano una meta e l’oceano è un desiderio lontano. Scivola via, trasportata da onde immaginarie la storia dell’ex bibliotecario, Carlo Malaguti - ultraottantenne, personaggio centrale della storia dalla quale si dipanano fili che tengono in piedi altre figure, li sorreggono fino a dare ad esse autonomia narrativa - che un giudice sta per far uscire dal carcere di Trieste. Vi è rinchiuso per un omicidio del quale non solo non ha voluto discolparsi, ma ha imposto la stessa linea al suo avvocato. «Ho vissuto da uomo libero, e la libertà mi ha devastato». Apre così la confessione Malaguti. Nel 1944 tradì la ragazza che amava, un’ebrea affascinante. Il senso di colpa non l’ha mai abbandonato e, un giorno, il passato bussa alla sua porta. Malaguti uccide e accetta la sentenza. Su invito della direttrice del carcere Tullia Basile, detta la Vecchia blu, il traduttore Luca Rainer scava nel vissuto dell’omicida. Tra loro esplode un’amicizia inattesa, e mentre Malaguti riscopre la bellezza nel tormento, l’altro intuisce una via per il riscatto. Un romanzo quasi teatrale, che l’autore presenterà questa sera alle 18 alla Libreria Palazzo Roberti a Bassano.

Come nasce Malaguti: si è ispirato a qualcuno?

Difficile dirlo, ho preso frammenti di realtà che conosco molto bene: un marinaio anziano, poi ho avuto un po’ di esperienza con i carcerati.

Perché il mondo dei detenuti?

Mi ha sempre incuriosito. Per questo ho scelto la poesia, la pantera di Rainer Maria Rilke. Tutti siamo un po’ prigionieri di un destino che non riusciamo ad evadere, tutti vorremmo vivere una vita più ampia. Invece abbiamo esistenze controllate, impiegatizie, sicure. Il carcere è un tormento, ma dove c’è sofferenza c’è anche molto senso. I carcerati sono grandi cercatori di uno scopo o almeno quelli dotati di intelligenza e sensibilità.

Nei suoi libri compaiono sempre animali, in questo caso gatti: hanno qualche valenza?

Sì, ogni animale ha una storia simbolica nella letteratura. In questo romanzo ci sono felini: la pantera è l’animale più liberale che esista. Abitato da una sorta di collera segreta, non è addomesticabile. Infatti ci sono uomini che non sono mai stati addomesticati, nemmeno dal carcere.

Luca Rainer è un traduttore come lei, ricalca la sua immagine?

Non sono mai tanto autobiografico se non nei luoghi, infatti scrivo di quelli che conosco. Per la creazione dei personaggi mi ispiro a fatti reali, ad esempio il funerale grottesco che descrivo nel libro è avvenuto davvero.

Quanto tempo ci ha impiegato a scrivere questo libro?

Ho meditato molto prima di iniziare, poi l’ho sentito subito e in meno di un anno l’ho concluso.

All’inizio che cosa la muove?

Sicuramente l’emozione, ma può essere un’immagine.

In questo libro, qual è?

Un carcerato di 81 anni che accarezza alcune rose bianche nella serra di un carcere, l’ho immaginato. Lui non sa tutto ciò che bisogna conoscere una di rosa.

Ciò non toglie che la linea narrativa del libro sia abbastanza complicata, l’ha diviso in 3 “atti”. C’è un riferimento teatrale?

Certo, la divisione drammatica dei tempi si presterebbe come i personaggi, due sono molto forti e interagiscono in modo molto speculare. Ma c’è anche un terza parte con tutti gli interpreti, se li possiamo definire, minori.

Nel racconto c’è molto presente, passato ma ,soprattutto, un tempo remoto. Perché questa contestualizzazione?

Mi interessava scrivere un libro ambientato per la prima volta nel presente. Però volevo anche sottolineare come i nostri giorni siano intrisi di passato. Come le storie degli ebrei che affondano le loro radici nel Medioevo. C’è una frase di Malaguti che dice «per me una città senza ebrei è come una casa senza libri, tanto varrebbe vivere in una stalla». Lui sente che l’Europa ha tradito, ha consegnato i suoi ebrei.

Quanti libri legge all’anno?

Meno di un tempo poi alcuni li rileggo ogni anno: l’Odissea e Moby Dick.

Le servono per ricaricarsi?

Sono libri infiniti, scopro sempre qualcosa di nuovo.

Qualcosa di più recente?

Mi è piaciuto moltissimo è stato “Il figlio” di Philipp Meyer. Ha una verve epica rara da trovare, storie che hanno una dimensione collettiva enorme sia nel modo di soffrire che in quello di gioire.

In Italia non riesce a trovare libri interessanti?

Conosco poco la letteratura italiana moderna, a causa del mio lavoro, visto che insegno letteratura comparata.

È un peccato non riesca a trovare un autore italiano che valga la pena di essere letto?

Purtroppo fin da bambino sono stato indirizzato verso la letteratura francese e inglese.

Magari un po’ di snobismo.

Sì, ma non lo è. Studiamo ancora i Promessi sposi che forse rovinano un po’. Amo le novelle: Pirandello, Boccaccio, Verga.

Perché la gente dovrebbe leggere il suo libro?

È un talismano, un portafortuna di cui si ha bisogno. Eduardo De Filippo disse “essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male”.

Chiara Roverotto
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