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22 giugno 2017

Cultura

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20.11.2016

STARNONE
I FANTASMI
DI NAPOLI

Una veduta di Napoli degli anni Cinquanta
Una veduta di Napoli degli anni Cinquanta

Narrato all’inizio come uno «scherzetto». Poi, via via, sempre più inquietante, perchè alla leggerezza della scrittura che, pagina dopo pagina, trascina il lettore con quel suo fluire senza inceppi, precisa e veloce, fa da contraltare un sotterraneo incupirsi dell’atmosfera: non reali accadimenti che giustifichino il disagio che avvertiamo man mano che la storia procede, quanto un senso di straniamento soffocante, di sovrapposizione, rispetto ad una vicenda che tutto sommato dovrebbe farci sorridere, di un plumbeo cielo di memorie opprimenti.

È un gioco letterario (ma si sa che giocare è una cosa serissima, una faccenda in cui, appunto, ci si «mette in gioco» anche oltre la finzione, con tutto l’azzardo del caso) questo nuovo romanzo di Domenico Starnone, Scherzetto (Einaudi, pp. 146, euro 17,50), da poco in libreria. Saltiamo subito la prima, ormai scontata domanda che la critica si è sentita in dovere almeno di accennare anche di fronte a Scherzetto: c’è qualcosa che in questo libro si avvicini alla scrittura della misteriosa (forse ormai non più tanto) Elena Ferrante? È Starnone la penna che si nasconde dietro quel nome, o sarà sua moglie Anita Raja? Passiamo. Qui ci interessa quello che in libreria arriva con il nome di Starnone.

E quello che stavolta arriva è un duello tra due maschi dello stesso sangue, nonno e nipote: il primo, Daniele Mallarico, è un noto illustratore che ha passato i 70 anni e vive da molto tempo in assoluta solitudine; il piú piccolo, Mario, è una peste di quattro anni che parla come un libro stampato, un nipote visto sí e no due volte, affidato alle cure del nonno per tre giorni interi. I genitori del piccolo Mario infatti devono partire per un convegno, o forse semplicemente allontanarsi per prendersi tempo e capire se il loro matrimonio è arrivato al capolinea, e il bambino viene lasciato alle cure di un nonno praticamente sconosciuto, che vive da molti anni a Milano. Settantadue ore di «scherzetti». Perchè ben presto è chiaro che nella partita che si gioca fra l’anziano stanco e il bambino vivacissimo, tra alleanze, rivalità e giochi non sempre divertenti, in gioco c’è la vita che si specchia in tutte le sue forme: la vita trascorsa e quella in potenza, la vita dura e beffarda di Napoli che riaccoglie l'uomo dopo tanti anni, la vita della casa che sembra risvegliarsi piano piano, piena di echi e di fantasmi. Ed eccoci ai fantasmi.

Il fantasma che aleggia, quello più evidente, è un gioco letterario (dunque, a suo modo, anche questo uno scherzetto). Quando la figlia Betta telefona al padre per chiedergli se può tenere il bambino per tre giorni, lui risponde che sta lavorando: deve illustrare un racconto di Henry James, The Jolly Corner. E quando la figlia gli chiede che storia sia, lui risponde esattamente: «Un tale torna in una sua vecchia casa di New York e lì trova un fantasma, cioè lui stesso come sarebbe stato se fosse diventato un uomo d’affari».

Proprio quanto succede a Mallarico: che torna nella sua casa di Napoli, portandosi i disegni da fare, ma si ritrova ad essere a sua volta come il protagonista del racconto un fantasma sulle tracce del suo passato. Come in una sorta di cortocircuito, nel racconto di James e nel romanzo di Starnone, presente e passato si incontrano e scontrano, mentre gli spettri di quello che è stato e di quello che avrebbe potuto essere prendono corpo. Mallarico rincorre il se stesso che credeva avere abbandonato trasferendosi a Milano, la casa di un tempo si sovrappone a quella in cui ora si ritrova, la Napoli di ieri sfuma i suoi contorni in quella di oggi. Ma questo gioco letterario parte anche da un altro gioco, quello che il nipote fa al nonno, gareggiando con lui nel disegnare e alla fine producendo un disegno che mette il nonno con le spalle al muro: nel lavoro del bambino c’è la vita che promette, come lui, Mallarico, non riesce più a fare e come il suo editore pare rimproverargli. E poi c’è ancora lo scherzetto della porta del balcone che non si apre, con l’anziano costretto al freddo, in qualche modo ostaggio del suo piccolo carnefice: una metafora, quel balcone sospeso sul vuoto, dell’azzardo del gioco tra i due, carica di infiniti echi.

Di Starnone era uscito l’anno scorso Lacci, ultimo romanzo dello scrittore prima di questo: potrebbero sembrare due lavori molto lontani perchè quella era una storia a tre voci sulla crisi della famiglia, dilatata in un tempo ampio negli anni, questo è un romanzo breve con una sfida a due che si svolge nell’arco di settantadue ore. D’altro canto, là più esplicitamente qui più in controluce, la dissoluzione dei legami familiari nel tempo attuale fa da filo conduttore alle due vicende. Ma l’impressione è che ci sia, comune, anche qualche cosa di più, qualche cosa che da sempre connota i personaggi di Starnone: l’idea che, delle tante, quella imboccata non è che una delle vite possibili e che le diramazioni che abbiamo scartato, abbandonato, deluso, ad un certo punto ci ritornano come rimpianti o fallimenti. Come se i tanti fantasmi che abbiamo abbandonato, fotocopie di un tempo di noi, affollassero l’età matura per chiedere un conto: ancora un terribile «scherzetto» per cui voltandoci all’improvviso in un mattino dal cielo troppo terso ci attenderà, per dirla con Montale, «il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/ di me, con un terrore di ubriaco». Per tornare all’inganno consueto della vita servirà il carico di un nostro segreto.

Ecco, i personaggi di Starnone sembrano sempre, dolorosamente, custodirne uno.

Alessandra Galetto
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