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23 settembre 2018

Cultura

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29.08.2018

Quando i profughi erano i cismonesi accolti a Giarre

La copertina del saggio storico
La copertina del saggio storico

Un dramma ma anche testimonianza di fede e di accoglienza. È “Un viaggio lungo un secolo. Il profugato da Cismon a Giarre” di Angelo Chemin e Daniela Caenaro, per Attilio Fraccaro editore. Ricco di documenti e fotografie d’epoca, il libro ripercorre le drammatiche vicende che videro protagonisti gli abitanti di Cismon all’indomani della disfatta di Caporetto. Mentre l’esercito italiano vive una delle pagine più tragiche della sua storia, la popolazione civile si accinge, su ordine delle autorità militari, ad abbandonare il proprio paese, divenuto nuova linea del fronte. Una manciata di ore di preavviso per raccogliere i pochi effetti personali consentiti e vendere quel che non si può portare con sé. Serve però organizzare anche il salvataggio della statua della Madonna del Pedancino dal Santuario di Cismon. Unica richiesta di don Vittorio Lazzarotto che la notte del 5 novembre 1917, con pochi tocchi di campana dopo mesi di silenzio, chiama a raccolta i fedeli per dare l’ordine di sfollamento. Seguono trentasei ore di febbrili ma disciplinati preparativi e poi le tradotte cariche di donne, bambini e anziani partono verso quella che si pensa la destinazione finale: Ferrara. In realtà il viaggio, durato 14 giorni, termina in Sicilia, a Giarre. Stremati dalla fatica e straziati nel cuore per aver abbandonato la propria terra, i cismonesi sono accolti con grande calore dalla popolazione locale. Ma la Madonna del Pedancino è andata perduta. La rintracciano a Torino. La possono nuovamente venerare il 17 gennaio 1918 quando finalmente giunge a Giarre e viene collocata nella chiesa del convento, ribattezzata la “Chiesa dei profughi”. La statua della Vergine diventa emblema dell’Odissea dei suoi fedeli scappati dalla guerra. D’altronde nei secoli di odissee ne aveva passate più d’una anch’essa: salvata dall’iconoclastia dell’imperatore di Costantinopoli, nel 1748 viene travolta da un’alluvione che da Cismon la trascina fino a Friola di Pozzoleone lasciandola miracolosamente intatta. Trasportata a Giarre, consola i profughi che le chiedono protezione per i propri cari al fronte e viene venerata anche dai catanesi. Della vicenda rimane l’insegnamento di un popolo, quello di Cismon, che non si è perso d’animo, e di quello siculo, che ha saputo accogliere e confortare chi era scappato da terre lontane. Che attraverso la stampa locale ha permesso a diversi nuclei familiari di rintracciare i congiunti sfollati nei paesi limitrofi. Che ha aiutato i cismonesi e la Madonna del Pedancino a fare ritorno in Valbrenta. Un viaggio carico di speranza e di timori verso un paese raso al suolo, terminato il 19 giugno 1919. Oggi, nel 100° dell’esodo i profughi sono altri, ma la prefazione del libro ricorda che “profugo è chi cerca scampo, fugge lontano, è fuggiasco ed errante ed è costretto per guerra o calamità ad abbandonare la Patria e il paese.” •

Federica Augusta Rossi
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