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20 settembre 2017

Cultura

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16.02.2013

Povero Nordest Quando il Sud eravamo noi

“Il Sud del Nord. Il Triveneto 1866-1922”, Biblioteca dell’Immagine
“Il Sud del Nord. Il Triveneto 1866-1922”, Biblioteca dell’Immagine

Si fatica a raccontare a chi adesso ha trent'anni (e col Miracolo del Nordest fa i conti usando per la prima volta il segno “meno” in economia) che cos'era - tre o quattro generazioni fa - il Veneto etichettato come Terronia dell'Alta Italia, zona depressa rispetto all'Ovest padano del nascente Triangolo industriale. Raccontarlo, poi, a chi è più giovane ancora, è come raccontargli un'incomprensibile archeologia. Ma anche chi di anni ne ha sessanta o settanta tiene sepolte negli strati sotterranei della memoria - difficili da scavare sotto i ricordi delle prime abbondanze moderne godute da bambino - le storie che ascoltava da genitori e nonni: la ruralità arretrata che semitotalizzava il vivere dei veneti, le polentate e la pellagra, le penurie e la povertà, i filò invernali contro il freddo, l'emigrazione che toccava ogni famiglia, la mobilità sociale ridotta al minimo. Però conoscere questo antico humus dove si è radicato il successivo sviluppo, fino al lungo boom della seconda metà del '900, sarebbe una buona operazione culturale da imporre a tutti i giovani del presente fattosi precario: lezioni da imparare ce ne sarebbero tante. Da qualcuna si imparerebbe che per individuare le vie della ripresa servono oggi la certezza e la chiarezza dei punti-fulcro (settori leader, opportunità nascenti, volani zonali) su cui far leva per lo sviluppo. C'erano, questi fulcri, anche nel tempo in cui le Venezie pativano la loro generale arretratezza. Sarebbe germinata da essi - da Schio e Valdagno laniere, da capisaldi industriali come la Breda padovana e più tardi il polo di Marghera, dal sistema creditizio delle banche popolari e delle casse rurali - la stagione del Miracolo. Oltre che dai due sentimenti generali che stanno nel Dna della Locomotiva del Nordest: “una straordinaria cultura del lavoro inteso come produttore di identità sociale prima ancora che di ricchezza” e “un eccezionale senso di solidarietà che nasce proprio dalla memoria di essere stati poveri”. Sono queste le due definizioni-chiave in cui Francesco Jori - giornalista e saggista, oggi editorialista per i quotidiani del Gruppo Espresso - riassume il contesto sociale e psicologico in cui avvenne la metamorfosi della regione. E secondo le quali tuttora opera, dice, lo spirito dei veneti. Lo fa in Il Sud del Nord. Il Triveneto 1866-1922 (Biblioteca dell'immagine, 203 pagine, 14 euro) nella cui introduzione - con gli esempi sopra citati - è Giorgio Roverato, storico dell'economia, a indicare la dualità tra “il Veneto miserabile” e “il Veneto dell'innovazione” che esisteva tra fine Otto e primi Novecento e dalle cui fertili tensioni sarebbe sorto il Nord Est contemporaneo. Scrive un libro di storia, il giornalista Jori. E storceranno il naso i cattedratici del settore, abitualmente poco clementi con chi cattedratico non è, come avverte Roverato. Ma proprio lo scrivere da giornalista (“un lungo réportage su una stagione durata mezzo secolo”) fa di Jori un narratore che va alla sostanza delle vicende, ben riassunte ed esposte con la snellezza che serve per attrarre i cultori non professionisti della materia. Il Sud del Nord ha come confini cronologici da una parte l'ingresso di Veneto e Friuli nel Regno d'Italia, con le relative prime rilevazioni statistiche e demografiche che misurano l'arretratezza delle terre di nuova annessione; e dall'altra l'avvento del regime mussoliniano, all'inizio solo un'apparente farsa tragica, con la Marcia su Roma dei fascisti nostrani che si ferma pochi chilometri lontano da casa o viene deviata su Milano. In mezzo ci sono sei decenni di lenta emersione dal peggio della miseria e di presa di coscienza delle classi subalterne - ma anche di prove di capacità della classe imprenditoriale in formazione - che Jori scandisce con flash tratti da una cospicua biblioteca di letture trattate come vere e proprie fonti giornalistiche. «Non disponendo di una macchina del tempo - spiega - ho cercato di accumulare sul mio taccuino tutti i materiali disponibili che in qualche modo si potessero legare alla cronaca. Non potendo far parlare materialmente le persone, ne ho raccolto le voci e le testimonianze attraverso documenti di ogni tipo».  E appunto materiali e voci di una storia spesso “minore” diventano nel libro i punti-luce che ravvivano il racconto complessivo. In duecento pagine ce ne sarebbero il doppio da citare: un catalogo di piccole realtà non più confinate nei tomi dell'erudizione, ma messe a disposizione dell'appassionato di buona storia che quando chiuderà il volume - avendo nel frattempo scavato una miniera di aneddoti e curiosità - un'idea ben precisa dello svolgimento dei tempi se la sarà fatta. E anche con la sensazione di essersi concesso una piacevole lettura.

Antonio Trentin
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