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14 novembre 2018

Cultura

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12.09.2018

L’Unico di Stirner Così l’egoismo diventa una virtù

La copertina del libro
La copertina del libro

Esce in nuova edizione il capolavoro “L’unico e la sua proprietà” di Max Stirner, nella nuova traduzione curata, introdotta e annotata da Sossio Giametta, con testo originale a fronte (Bompiani,992 pagine). Uscì a Lipsia nel 1844, in quei giorni d’ottobre nasceva, a poca distanza, Friedrich Nietzsche, che vi colse la spregiudicata anticipazione di temi a lui cari. È l’opera di un filosofo ribelle e impenitente che esalta l’egoismo come virtù. L’uomo maturo si distingue dal giovane perché sa “perseguire il proprio interesse, non i propri ideali”. Non diversamente da Marx, che pure stimò questo lavoro (“È il primo libro leggibile di filosofia che appaia in Germania”, disse), Stirner corrobora la propria tesi dell’“io sfrenato” con una decostruzione del “letamaio della storia”. La tradizione ha oppresso l’uomo ossessionandolo con Dio e con gli ideali, suggerendogli “il vero uomo”, uno spettro inesistente al pari di Dio. Alla religione è succeduto lo Stato liberale, che pure opprime l’individuo: gli impone una legge morale, l’umanità. Ma “l’uomo non è ‘chiamato’ a niente e non ha alcun ‘compito’ e nessuna ‘vocazione’, non più di quanto abbiano una vocazione la pianta o l’animale”. Non c’è verità a cui io mi debba piegare: “Essa è solo un alimento per la mia testa pensante, come la patata lo è per il mio stomaco digerente”. Sul piano filosofico, Stirner porta alle estreme conseguenze un motivo implicitamente presente nel cogito cartesiano, il quale dimostra soltanto che io penso e io sono; che anche gli altri pensino e siano me lo dicono i sensi, in cui posso dubitare. Ma l’ego di Cartesio era stato universalizzato da Kant e nell’idealismo tedesco, e Hegel lo dissolveva nell’universale. Feuerbach divinizzava l’umanità. Stirner riporta al centro le istanze del singolo, ma rispetto a Kierkegaard non ha alcun tipo di remora, né religiosa né morale. I suoi predecessori sono nell’anticonformismo antico, soprattutto in Diogene, che Stirner cita: “L’egoista è egli stesso il custode dell’umano e allo Stato dice solo queste parole: ‘scansati, mi togli il sole’”. Nei moderni, cercherei i suoi pari fra i moralisti francesi; a modo suo, anche Stirner è un moralista: lapidario, sferzante e presuntuoso (Max Stirner è pseudonimo: “dalla fronte massima”, significa il suo nome, al secolo Johann Caspar Schmidt). Come altri “moralisti”, Stirner è più abile a demolire che a proporre. Tolti Dio, lo Stato, il popolo, la legge, la morale e la verità, nonché l’umana benevolenza, non resta che l’unione fra egoisti legati da uno scopo comune. Ciò accadrà – attualizziamo – tanto in una banda di ladri quanto nelle ronde dei derubati che esigono piena “soddisfazione”. Ne risulterà la legge della giungla, in cui a trionfare è il più risoluto. La lunga introduzione di Sossio Giametta non si limita a inquadrare il testo, ma vi opera un confronto critico serrato, mettendo in luce i punti di forza e le obiezioni dei filosofi. Chi è persuaso dei propri ideali, farà bene a misurarsi con Stirner e a ponderare gli argomenti da opporgli – per non cadere nella sua accusa di ossessione, e per affilare il proprio pensiero sul ruvido granito dell’io onnipotente, irriducibile, ineffabile, inconoscibile e inossequioso. •

Nicola Curcio
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