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21 novembre 2018

Cultura

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03.09.2018

Dal 1968 in poi le canzoni narrano il cambiamento

Il saggio per Cairo editore
Il saggio per Cairo editore

Italia, 1978: a pochi giorni di distanza, la realtà mette in scena il rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, una tragedia che troverà l’epilogo nel maggio successivo, mentre sugli schermi cinematografici debutta un film destinato anch’esso, a suo modo, a stravolgere il costume.“Sono proprio le organizzazioni politiche a non capire che qualcosa sta cambiando, e molto velocemente: ignorano che in quel preciso momento la tecnologia sta soppiantando l’ideologia e che Tony Manero, il personaggio interpretato da John Travolta nella ‘Febbre del sabato sera’, è diventato l’idolo della classe operaia e del proletariato giovanile. Insomma, non si rendono conto che tra i giovani il Che e Karl Marx sono andati in pensione”. Nel suo recente saggio “La musica è cambiata. La canzone italiana dal ’68 in poi”, Cairo editore, Luca Pollini individua bene lo snodo rappresentato da quel punto in cui avviene un netto mutamento di scenario nel corpo sociale del Paese. Di colpo, i cantautori “impegnati” vengono messi da parte e si va tutti in discoteca a ballare, quasi per il fisiologico bisogno di sottrarsi alla cappa degli “anni di piombo”, per divertirsi e basta. L’analisi storica di Pollini abbraccia ovviamente sia il prima che il dopo, partendo dalla metà dei Sessanta con la rivoluzione culturale espressa in musica dall’importazione dei modelli inglesi e americani: ecco perciò l’era dei “capelloni” e dei complessi beat in grado di scuotere non solo le famiglie o la scuola, ma pure un’istituzione come Sanremo. E poi? Da lì in avanti, tutto diventerà più vario (rock progressivo, avanguardie) e articolato, complicato; dischi e politica s’intrecceranno in una escalation a chi è più “duro e puro”, nasceranno i raduni collettivi e i festival da fricchettoni, prenderanno spazio i movimenti – sempre più violenti – di chi reclama la “musica gratis”, gli scontri, i lacrimogeni ai concerti (per un decennio, le star straniere gireranno al largo dell’Italia), i processi agli artisti da parte dei sedicenti “compagni”, il fenomeno delle “radio libere”. Poi addio Parco Lambro e sotto con la “dance” spensierata, così come coi nuovi apparecchi a cuffia in grado di favorire un consumo via via più individuale, dal walkman all’iPod. Fino a oggi, quando “la musica è dappertutto, alla radio e alla tv, sul web e nei telefonini, negli ascensori e nei supermercati”, in “un’overdose di note e suoni che alla fine l’hanno trasformata in rumore di sottofondo”, mentre ai talent show “prima che musicisti e cantanti bisogna essere ‘belli’”. A proposito: la (simpatica) prefazione al volume porta la firma di Mara Maionchi, una che l’ambiente discografico lo frequenta dai tempi del bianco e nero, e con un fiuto notevole. Documentato, equilibrato e ricco di spunti di riflessione, il lavoro di Pollini è perciò una utile summa di quanto l’Italia ha vissuto in questi ultimi decenni dentro e fuori il mondo delle “canzonette”, dimostrando che esse non sono mai soltanto tali, ma qualcosa di ben più profondo. •

Antonio Stefani
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