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17 ottobre 2018

Cultura

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15.09.2018

Il bassanese Paolo Pozzato oggi presenta “ I vinti di Vittorio Veneto”La copertina del libro
Il bassanese Paolo Pozzato oggi presenta “ I vinti di Vittorio Veneto”La copertina del libro

«Dare voce alla memoria degli sconfitti, per chiudere il centenario della Grande guerra con uno sguardo innovativo su Vittorio Veneto e il suo mito». Il bassanese Paolo Pozzato, ricercatore all’Istrevi e accademico olimpico, spiega così la genesi di “I vinti di Vittorio Veneto”, saggio scritto a quattro mani con lo storico Mario Isnenghi. Appena pubblicato da Il Mulino, il lavoro dei due studiosi sarà presentato in anteprima oggi alle 11.30 nell’ambito della rassegna “Libri in Villa” a Ca’ Erizzo Luca di Bassano, che si apre dalle 10 fino a domani sera. L’incontro sarà il primo di una sequenza che vedrà tra oggi e domani al tavolo dei relatori oltre a Pozzato, anche lo scrittore Roberto Roseano con il romanzo “L’Ardito” (oggi alle 15,30), il giornalista Sergio Tazzer con un’indagine su guerra e alcolismo (domani alle 10,30) e lo storico Marco Mondini con un ritratto del generale Luigi Cadorna (domani alle 15,30). «La battaglia di Vittorio Veneto per gli italiani è sinonimo di vittoria – spiega Pozzato - ma in questo caso ci interessava approfondire le reazioni degli austriaci, il loro modo di vivere, raccontare e interpretare la sconfitta». I due storici lo hanno fatto passando al setaccio centinaia di testimonianze e documenti d’epoca dedicando particolare attenzione a temi come l’incredulità per l’esito della guerra, i pregiudizi sulle qualità militari degli italiani, il risentimento dei “tedeschi” contro gli ungheresi e gli slavi. L’incontro con Pozzato sarà preceduto da un intervento del generale bassanese Gianfranco Rossi che verterà sugli aspetti strategici del primo conflitto mondiale. “I vinti di Vittorio Veneto” arriva a pochi mesi dal saggio dedicato a Caporetto, sempre a firma Isnenghi-Pozzato. Sono lavori complementari, così come la battaglia di Vittorio Veneto richiama Caporetto. Mentre, però, nel saggio legato al ’17 si sentono due voci, italiana e austriaca, col lavoro dedicato alla fine della Grande guerra ci siamo dedicati all’Austria e alle testimonianze di lingua tedesca. C’entra la dimensione “mitologica” assunta da Vittorio Veneto nell’immaginario nazionale? In parte, nel senso che per decenni la narrazione delle ultime fasi della guerra è stata intoccabile. Era la vittoria per eccellenza: tecnicamente un mito, appunto, del quale non si parlava se non per ripetere quanto era già stato scritto ufficialmente. E a un secolo di distanza, avete ribaltato il punto di vista Da noi si è molto riflettuto e si continua a riflettere in maniera molto razionale sui momenti di crisi del Conflitto, tra tutti Caporetto, che non a caso da un secolo è sinonimo di disfatta. Così abbiamo voluto ragionare sulla vittoria scegliendo il punto di osservazione degli sconfitti e scoprendo una serie di novità decisamente interessanti. Come avete organizzato l’esposizione? Fondamentalmente in due parti: un saggio introduttivo di Mario Isnenghi sul mondo austriaco e sul suo rapporto con le vicende belliche e una serie di traduzioni e schede dedicate a documenti, tradotti dal tedesco, questi ultimi inediti per l’Italia. Che cosa emerge dal vostro lavoro? Le tesi principali che si possono ricavare sono due. Una, esplicita nel saggio introduttivo, è quella dell’Austria “invitta sul campo” e costretta ad arrendersi all’Italia, inferiore per tradizione e mezzi, per colpa della parte slava dell’ex impero asburgico. Ci sono testimonianze in questo senso? Ci furono ammutinamenti documentati nella fase conclusiva della guerra, per esempio di un reggimento sloveno, con tanto di scontri a fuoco con reparti di lingua tedesca dell’esercito imperiale e relativi morti. E la seconda tesi? E quella per cui, dissolto l’impero multilingue, l’Austria cercò in tutti i modi di salvare l’onore nazionale. O, se vogliamo allargare lo sguardo, è la tesi della mai completa integrazione tra l’elemento tedesco e l’elemento slavo dell’impero. Venuta meno quest’ultima istituzione emerse sempre di più l’idea di “Heimat”, di patria-casa, da identificare con la propria regione e, sul piano militare, con il proprio reggimento che di regola era selezionato su base linguistico-nazionale. A un secolo di distanza la storia europea sembra ripetersi… Uno dei valori del Centenario è proprio questo: ragionare sul significato della parola “Europa” e sulla dimensione realmente inter-nazionale del conflitto. Non è un caso se, a fronte di commemorazioni organizzate dai singoli Stati, ci siano stati in questi quattro anni dei temi ricorrenti. In particolare, il desiderio di memoria condiviso e la volontà di andare oltre le storiografie nazionali consolidate. La prima guerra Mondiale completò il processo di unificazione risorgimentale italiano, oggi una riflessione approfondita sulla Grande guerra potrebbe rilanciare l’integrazione europea anche alla luce di quanto sta avvenendo sotto il profilo economico-sociale. Quindi il dibattito continuerà? Che cosa prevede la sua agenda per il 2019? L’idea è approfondire le figure di Emilio Lussu e Camillo Bellieni, intellettuali, fondatori del Partito sardo d’azione e reduci della Brigata Sassari, le cui vicende si legano all’Altopiano. Si chiude il Centenario, restano le ragioni per continuare a studiare la Grande guerra. •

Lorenzo Parolin
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