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20 agosto 2018

Cultura

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22.12.2017

LA FOTOGRAFIA È UN’OPINIONE

  Morte di un miliziano lealista, Cordoba, settembre 1936 © R. Capa Assalto truppe Usa ad Omaha Beach, Normandia, Francia, 6.6.1944
Morte di un miliziano lealista, Cordoba, settembre 1936 © R. Capa Assalto truppe Usa ad Omaha Beach, Normandia, Francia, 6.6.1944

Denis Curti* La retrospettiva di Robert Capa ai musei civici di Bassano del Grappa (fino al 22 gennaio 2018) si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per l’ungherese Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale. “Se le tue fotografie non sono buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”. Questo il suo mantra e questa la frase scelta da Magnum Photos, che per festeggiare il 70° dalla nascita dell’agenzia propone un titolo unico per tutte le manifestazioni: “Closer”. Per Capa la fotografia è stata la possibilità di esprimere idee e opinioni sul mondo, di determinare un punto di vista preciso, spesso schierato e parziale, ma sempre chiaro e riconoscibile. La celebre foto “Il miliziano colpito a morte” è entrata nella memoria collettiva come l’icona della Guerra Civile Spagnola. Per anni si è scritto che Capa avesse costruito questa immagine, ai fini della propaganda antifranchista, facendo recitare a un anonimo combattente repubblicano il ruolo del soldato che muore, in un angolo sperduto dell’Andalusia. Oggi, a seguito di numerose ricerche, si è potuto ricostruire l’autenticità dello scatto e anche l’identità del miliziano anarchico che morì davanti all’obiettivo. Si tratterebbe dell’operaio tessile Federico Borrell García, detto “Taino”, appartenente alla Juventudes Libertarias (affiliata alla CNT), ucciso nel 1936, all’età di 24 anni, da una pallottola franchista sulla collina di Las Malaguenas, presso Cerro Muriano. Ma c’è anche un’altra versione, quella riportata da Richard Whelan, biografo e studioso di Capa, secondo cui il Miliziano è rimasto colpito da “fuoco amico” durante un’esercitazione. Secondo questa ipotesi Capa è riuscito a scattare quell’immagine perché si trovava in un punto privilegiato e protetto, proprio perché amico e sostenitore del movimento antifranchista. Comunque sia, vera o costruita, quell’immagine resta, ancora oggi, un’icona indistruttibile, capace di toccare particolari sentimenti legati al tabù, tutto occidentale, della morte. Del resto, l’uomo da sempre ha avvertito la necessità di nutrire la propria immaginazione creando miti e leggende. Già Platone nel Fedro definiva il mito come il rivestimento fantastico di un fatto reale, prosaico e comune. Tutte le epoche storiche e tutti gli ambiti della vita dell’essere umano hanno avuto e hanno tutt’ora le proprie leggende. Che queste siano riferite a persone o fatti poco importa, ciò che conta è avere punti di riferimento cui aspirare e paradigmi da osservare. Parallelamente, tanto più l’uomo sente il bisogno di idolatrare i propri miti, maggiore è la volontà di distruggerli. Ed è quello che accade nella graphic novel dal titolo Robert Capa, Normandia 6 giugno 1944, che riporta i risultati di un’inchiesta condotta da A.D. Coleman, autorevole storico fotografico americano, riguardo alla vicenda delle undici (che poi in realtà sono 10 o forse 9) mitologiche fotografie superstiti del D-Day. Secondo questa ricerca Capa non avrebbe scattato i famosi 6 rulli, ma solo quelle poche istantanee, e l’effetto mosso e sgranato non sarebbe dovuto all’incidente in camera oscura causato dalla fretta di un tecnico, bensì alla paura. Riflettendo su tutto ciò, non posso fare a meno di domandarmi da dove derivi questo bisogno di demitizzazione alla ricerca di una verità che, con molta probabilità, non riuscirebbe a togliere valore nemmeno a queste storiche immagini. Ma se questa dissacrazione può servire a smantellare la figura stereotipata del reporter pseudo-eroico con la macchina perennemente al collo, è la benvenuta, perché la fotografia, come Robert Capa ci ha insegnato, ha bisogno di persone dotate di un pensiero, un’idea e un progetto. *direttore artistico Casa Tre Oci di Venezia e curatore della mostra “Robert Capa”

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