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16 agosto 2018

Cultura

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06.02.2018

L’ORRORE NELLA CAVA DEI NAZISTI

Dopo la sepoltura dei soldati italiani don Stefano Ave celebrò una funzione religiosa in loro memoriaL’operazione di recupero delle salme avvenne grazie all’intervento e alla supervisione di don Ave
Dopo la sepoltura dei soldati italiani don Stefano Ave celebrò una funzione religiosa in loro memoriaL’operazione di recupero delle salme avvenne grazie all’intervento e alla supervisione di don Ave

Giordano Dellai È scomparso l’ultimo testimone di uno degli ultimi atti della barbarie nazista, la strage di Treuenbrietzen. Pochi giorni prima dello scorso Natale è morto a Firenze Antonio Ceseri. Aveva 93 anni e, della strage di Treuenbrietzen, era l’ultimo sopravvissuto. Una strage che, tra le 127 vittime, contò 25 veneti, tra questi otto vicentini. Stiamo parlando dell’eccidio del 23 aprile 1945 nelle vicinanze di un lager situato a 70 chilometri a sud di Berlino. Si tratta di una strage per molti versi ingiustificata, per molti anni dimenticata, compiuta da un drappello di soldati tedeschi. Questi soldati erano riusciti a rimpossessarsi del campo strappato loro due giorni prima dalle truppe sovietiche. I nazisti prelevarono dal lager 131 prigionieri, erano tutti soldati italiani. I nazisti li condussero in una cava a un’ora di cammino dal lager e lì aprirono il fuoco. Morirono in 127. Dalla morte si salvarono in quattro: i marchigiani Edo Magnalardo, Vittorio Verdolini e Germano Cappelli e, appunto, il toscano Antonio Ceseri. Nell’eccidio morirono otto vicentini: Sereno Facchin di Costoza di Longare, Costantino Danieli di Castelgomberto, Enrico De Toni di Castelnovo di Isola Vicentina, Giuseppe Vestali di Chiampo, Pietro Roso di Valli del Pasubio, Sergio Marenda di Pievebelvicino, Pietro Martinato di Friola di Pozzoleone e Alfonso Panarotto di Barbarano. Ceseri e i suoi tre commilitoni si salvarono per puro caso. Nell’esecuzione sommaria ebbero la fortuna di rimanere sotto i cadaveri degli altri internati. I corpi furono frettolosamente ricoperti da mezzo metro di sabbia. Qualche ora dopo, con il favore della notte, i quattro superstiti uscirono all’aperto e si diedero alla macchia fino al termine della guerra. Qualche settimana dopo, mentre Verdolini era costretto a ricorrere alle cure di un ospedale, gli altri tre raggiunsero il campo di Luckenwalde, a pochi chilometri dal luogo della strage, dov’era stato appena allestito il Comando del Reggimento “Centro Raccolta Italiani in Germania”. Lì ebbero la fortuna di trovare l’uomo che diede ascolto al loro incredibile racconto: il cappellano militare del 71° Reggimento di Fanteria “Puglie”, don Stefano Ave, un vicentino. Il sacerdote, infatti, era originario di Schiavon, dove era nato nel 1908. Don Ave, trascorse gli ultimi due anni di guerra internato nei lager di Sonnenburg, oggi Słosk in Polonia, e di Lichterfelde, un sobborgo di Berlino a sud della capitale. Questo prete soldato, che molti a Vicenza ricorderanno per essere stato arciprete della cattedrale dal 1955 al 1980, durante la prigionia divenne l’“angelo” degli internati italiani nei lager tedeschi. Fu lui a compiere le mosse decisive per un atto di profonda pietà umana. Dopo essersi assicurato l’avvallo delle autorità italiane, l’approvazione del comando sovietico che controllava l’area e la collaborazione di due ufficiali, dei superstiti della strage e di un drappello di operai scavatori, don Stefano Ave nell’agosto 1945 ideò e organizzò la riesumazione e il riconoscimento delle salme. Le 127 vittime, tra cui 113 riconosciute e 14 ignote, furono poi sepolte in un vicino cimitero allestito per l’occasione. L’operazione, documentata anche da alcune preziose foto, fu compiuta in meno di una settimana, a conclusione di un lavoro durissimo. Lavoro che consentì poi ai parenti di posare un fiore sulla tomba dei soldati. I resti di questi ultimi, nell’ottobre 1955, furono trasportati al Waldfriedhof Zehlendorf: il cimitero italiano di Berlino. La strage è affiorata dal ricordo dei superstiti solo nei primi anni del nuovo millennio, quando più forte si è fatta l’esigenza di ricordare l’eccidio. I superstiti Edo Magnalardo e Antonio Ceseri, offrirono il loro contributo per ricostruire gli eventi. I loro ricordi aiutarono anche la stesura de “L’armadio della vergogna”, scritto dal giornalista Franco Giustolisi (2004). Nel volume l’autore rivela la presenza di 695 fascicoli riguardanti stragi nazifasciste misconosciute, e ipotizza che a uccidere gli italiani a Treuenbrietzen siano stati elementi della “Theodor Korner” componente della XII Armata della Wehrmacht. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giordano Dellai
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