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15 dicembre 2018

Cultura

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03.08.2012

L'artista che scopre un'anima nelle pietre

Paolo Aldighieri a Parigi, dove espone le sue opere
Paolo Aldighieri a Parigi, dove espone le sue opere

Lavora la pietra di Nanto, le rocce del Brenta, con la tecnica del taglio diretto. Lascia che sia la pietra a farsi totem, ad esigere una forma, una curva, un angolo; si lascia cullare, fluttuante e arcaico, da un'ispirazione che dona e sottrae, fatta di ossimori e contrasti che si appianano e si scontrano. Paolo Aldighieri è uno scultore e creatore di gioielli vicentino, che dopo numerosi viaggi dallo Sri Lanka alle miniere di Ararat, ha risposto al richiamo di casa e ha realizzato i suoi lavori più importanti tra Nanto e Vicenza. Alla base del suo lavoro creativo c'è la filosofia dall'extradimensionismo che rinfrange e moltiplica la tridimensionalità della realtà tangibile, giocando con l'invisibile e trasfigurando le dimensioni. Dal 2010 la sua arte è sfociata nelle “Pietre cosmiche”, un'evoluzione astratta dell'extradimensionismo che regola le sue creazioni. Il successo di critica e di pubblico l'hanno condotto in punta di piedi fino al Centre Pompidou di Parigi in occasione delle Journée Rencontre organizzate da Diffusione Italia in collaborazione con il Centre Pompidou. Dopo la Biennale di Venezia e lo Sculpt Miami, Aldighieri conquista con una personale uno dei più importanti musei d'arte contemporanea al mondo. Il 2 e il 3 luglio ha esposto le Pietre cosmiche al Pompidou e presentato il filmato di Franco Cappa sul proprio lavoro. Ora l'esposizione si trova alla Mairie di Paris V, vicino al Pantheon, fino al 31 agosto. La mostra al Pompidou è solo l'ultima di una serie di sue mostre importanti dalla Biennale di Venezia allo Sculpt Miami negli Stati Uniti. Che cosa significa per lei la partecipazione alla “Journée rencontre” di Parigi? È un sogno. Ho sempre considerato il Pompidou il museo più bello sia a livello architettonico, sia a livello di opere. Al Pompidou non si trova un'accozzaglia di opere, ma sono scelte e selezionate. Esporre al Pompidou è un evento che può cambiare la vita, almeno interiormente. Nella sua filosofia artistica, l'extradimensionismo, la dimensione tridimensionale si ampia e si trasfigura. Come riescono le sue opere a dialogare con lo spettatore? Io sono un primitivista e un apotropaico. Quando ho presentato l'extradimensionismo nel 2007 , il mio mentore mi fece notare che avevo trovato la mia radice: è vero che a livello giovanile ero un astrattista, ma nei miei viaggi ho assimilato la fisiognomica, le caratteristiche somatiche, le tradizioni e i linguaggi. Fu lui a dirmi che dovevo trovare un sistema per coinvolgere lo spettatore. L'unico modo per spiegare l' extradimensionismo era utilizzare un passepartout, una chiave di lettura. Questa chiave di lettura poteva essere nel titolo o in una doppia immagine. L'unico modo perché l'extradimensionismo fosse evidente era fare in modo che lo spettatore potesse notare due sculture nella stessa scultura, usando lo specchio o il titolo. In queste sculture non si vede solo un'espressione. L'ho pensato, l'ho fatto e l'ho abbandonato. Non si dedica più all'extradimensionismo? Quello che faccio io è sempre extradimensionismo perché io sono un extradimensionista. Sono il prigioniero dell'arcobaleno: non esiste niente di più alto di un arcobaleno con il temporale per far capire cos'è l'extradimensionismo. Però ora la mia scultura sono le Pietre cosmiche, in cui ognuno può vedere quello che vuole. Scolpire la roccia per lei equivale ad «un'esperienza mistica», ma nello stesso tempo è estremamente carnale, quasi sessuale. Vede una spiritualità nella materia? L'extradimensionismo è un ossimoro. Per me l'arte è una sorta di religione. Il mio interesse per le rocce e per alcuni elementi della natura deriva dal fatto che io penso che queste siano state fatte da un'entità superiore. Quando scolpisco non c'è niente di preparato, faccio taglio diretto. Scelgo rocce difficili e alla fine scelgono loro. La sua scultura segue un'ispirazione dunque? Un'ispirazione e un'avventura. Come è stata poi la mia vita: in un viaggio lasciare che il corso del viaggio vada come deciderà qualcuno. È un lasciarsi andare, un abbandono. Non ci sono idee, logiche o piani predefiniti. Fondamentale è l'istinto che non conosci. È fortemente radicato al territorio vicentino: nella creazione di gioielli e nell'utilizzo di pietre e marmi e locali. Scolpire la pietra locale è una scelta di radicamento al territorio in cui è nato o è una scelta funzionale? Sì, è un modo per vivere quello che sono e dove sono. Più volte mi è stato chiesto perché faccio Pietre cosmiche con il marmo di Nanto dove ho lo studio. Non mi costerebbe niente fare pietre cosmiche con il marmo di Asiago o con del botticino. Ho sempre avuto l'idea che fossero una sorta di trasposizione della meteorite. Se la meteora si disintegra, la meteorite arriva ed è quindi messaggera di una passione, di un tormento. Ho sempre considerato le mie sculture in pietra di Nanto una proiezione di quello che sono. Mi fa stare qui e altrove, nei musei di Miami e Parigi. È come una sorta di teletrasporto. Ha altri progetti per il futuro? Mi è stata commissionata un'opera monumentale per Miami su un terreno vicino alla cattedrale dove stanno progettando un parco per le sculture. Verrà consegnata a fine autunno.

Silvia Ferrari
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