Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
25 aprile 2018

Cultura

Chiudi

10.12.2017

GIORGIANA UN MISTERO ITALIANO

L’uomo con la pistola diventato una delle immagini simbolo  di quel tragico 12 maggio 1977 a RomaL’uomo con la pistola diventato una delle immagini simbolo  di quel tragico 12 maggio 1977 a Roma
L’uomo con la pistola diventato una delle immagini simbolo di quel tragico 12 maggio 1977 a RomaL’uomo con la pistola diventato una delle immagini simbolo di quel tragico 12 maggio 1977 a Roma

Bonifacio Pignatti Quelli vicino a lei pensavano che fosse inciampata. Anche il suo ragazzo, Gianfranco. Invece Giorgiana Masi era stata colpita da un proiettile alla schiena e le forze l’avevano abbandonata di colpo lì, sul selciato davanti a ponte Garibaldi. Sarebbe morta pochi minuti dopo, la sera del 12 maggio 1977 a Roma. Una sera tiepida di primavera, ma fra le più buie nella notte della Repubblica. Giorgiana Masi, 18 anni, era una studentessa di liceo, mamma casalinga e papà barbiere, la passione politica dei ragazzi che volevano cambiare il mondo. Quel giorno era uscita di casa nel primo pomeriggio per andare alla manifestazione dei radicali che celebrava il terzo anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio. «Ma se le cose si mettono male mi terrò alla larga», aveva detto per rassicurare i genitori preoccupati. Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga aveva vietato ogni manifestazione politica per un mese dopo l’uccisione del poliziotto Settimio Passamonti, 23 anni, durante scontri di piazza il 21 aprile. La tensione era altissima. ERANO ANNI DI PIOMBO, di attentati e sparatorie, di Brigate Rosse e terrore, battaglie di strada e morti giovani. Rifiutandosi di sottostare al divieto, i radicali si richiamavano allo spirito pacifico della loro iniziativa e appena la sera prima avevano dichiarato di rinunciare ai comizi politici, solo musica e festa. Il governo non era disposto a concedere deroghe ma alla fine aveva «preso atto» delle modifiche in extremis al programma. E non aveva impedito che si allestisse il palco in piazza Navona. L’inizio della fine. Il giorno successivo è una delle pagine più amare della storia repubblicana. La riscrive in tutti i suoi particolari Concetto Vecchio, giornalista di Repubblica, nel libro “Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano“ (Feltrinelli). Vecchio conduce un’indagine giornalistica a ritroso nel tempo, raccoglie documenti e rintraccia testimoni, rimettendo a fuoco ogni ora di quel 12 maggio tragico e ancora oggi inquinato da bugie, reticenze e depistaggi. Ma soprattutto cerca una risposta alla domanda che da 40 anni s’identifica con quel mistero: chi ha ucciso Giorgiana Masi? Chi ha sparato? È PIÙ DI UNA DOMANDA. È l’interrogativo che ha lasciato smarrita una generazione e disperso parte delle sue energie. È come se i fumogeni di quel giorno non si fossero mai diradati, per nascondere il sospetto che quel colpo di pistola sia partito dalle forze dell’ordine, che uno Stato occidentale democratico si sia sentito così fragile da farsi travolgere dai fantasmi della guerra civile e mettere in gioco la vita dei suoi cittadini per salvare se stesso. È rimasta senza giustizia, la morte di Giorgiana, e senza neanche un perchè. Ci sono chili di documenti, verbali, perizie balistiche, interrogatori, «un Everest di materiale» scrive Vecchio. L’avvocato Luca Boneschi, l’uomo che ha speso mezza vita a cercare la verità per conto della famiglia Masi, l’aveva avvertito: «Non ci ricaverà nulla». Forse non la verità, ma una storia sì. A partire dalla ricostruzione di quelle ore minuto per minuto, in un surreale e terribilmente breve circuito che racchiude il centro di Roma e i palazzi della politica. In piazza la situazione precipitava, in aula a Montecitorio il leader dei radicali Marco Pannella implorava: «Se il ministro dell’Interno non interviene, stasera piangeremo dei caduti». Il ministro dell’Interno non si fece neanche vedere, quel giorno. Per gli altri Pannella era quello che le spara grosse. Le strade della città diventavano un campo di battaglia, la politica girava il capo dall’altra parte per non vedere. MA NON VEDERE COSA? Le testimonianze raccolte da Vecchio e le cronache di allora non lasciano dubbi: le forze dell’ordine quel giorno erano sul terreno per impedire tutto e a tutti i costi. Dal primo pomeriggio piazza Navona era circondata dai blindati e gli uomini in divisa non facevano passare. Chi ci provava veniva allontanato con la forza. Malmenato. Si stavano creando le condizioni per una degenerazione di violenza. «Pestaggi e cariche della polizia scatenano la guerriglia urbana», titolerà il giorno dopo il Messaggero. Verso sera lo scenario era ormai drammatico: mentre Giorgiana e tanti altri cittadini cercavano invano di raggiungere il luogo della manifestazione, le strade erano invase da camionette e agenti, tra il fumo dei candelotti, le prime barricate, le cariche della polizia. Violenza aveva chiamato violenza: la manifestazione era stata infiltrata da gruppi di autonomi, da “specialisti“ della tensione e del conflitto urbano. Gli altri erano in trappola e cercavano di fuggire. E si sentirono gli spari. E Giorgiana cadde. Il giorno dopo in aula a Montecitorio riapparve Cossiga, fantasma tragico, giustificando la condotta delle forze dell’ordine «attaccate dai dimostranti». Alla morte di Giorgiana solo un cenno. Ma quella mattina sulla prima pagina del Messaggero campeggiava la foto che avrebbe segnato questa vicenda: un uomo armato di pistola in mezzo agli scontri del giorno prima. Aveva a tracolla una borsa di cuoio di Tolfa, allora accessorio di moda fra i giovani di sinistra. Ma non era un giovane di sinistra. La didascalia: «Un agente in borghese». Il Viminale smentì, le testimonianze confermarono, due settimane dopo Cossiga ammise, spuntò un video che mostrava fiammate di colpi di arma da fuoco dai settori delle forze dell’ordine ma la versione ufficiale era che nessun poliziotto o carabiniere aveva fatto fuoco quel giorno. Quella di Cossiga era che «spararono gli autonomi». E ALLORA perché testimoni e perizie concordavano che il colpo era partito da ponte Garibaldi dove c’era la polizia? Qual era il ruolo di agenti in borghese, se non travestiti? Confondere ruoli e responsabilità in quello scenario di guerriglia urbana? «Cercare l’ordine col disordine», come avrebbe detto Sciascia? L’INDAGINE di Vecchio è una paziente e appassionata risalita in questi misteri degli anni di piombo, la scoperta di conti mai chiusi e ferite ancora aperte, una ricostruzione che si intreccia con la cronaca di quei tardi anni Settanta e con la biografia di due grandi avversari, Pannella e Cossiga, estremi opposti di un confronto politico drammaticamente segnato dall’attacco violento allo Stato. Vecchio ha incontrato anche l’uomo con la pistola, il poliziotto Giovanni Santone. Gli è toccata una vita da nascosto, dopo quella fotografia, ridotto a far panini nello spaccio di un caserma di provincia. Fuoco amico, ha ripetuto anche lui. La versione di Cossiga: spararono gli autonomi. Quanto alla giustizia, con più sentenze ha escluso elementi a carico delle forze dell’ordine: non luogo a procedere. Nel 2007, tre anni prima di morire, Cossiga sentenziò: «Con me, sono cinque le persone che sanno chi fu a sparare. Non lo dirò per non aggiungere dolore a dolore». Ma c’è un solo condannato, in questa storia: l’avvocato Boneschi. Querelato da un giudice, imputato per diffamazione a causa di un’intervista, assolto in sede penale, ha dovuto alla fine risarcire 35mila euro. Nel 2008. •

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1

Blog

Editoriale
Contro il bullismo nelle scuole
di di ANTONIO TROISE
25.04.2018
Editoriale
Molise, voto choc Ma il grillino tenta
di di FEDERICO GUIGLIA
24.04.2018
Il Corsivo
La perfezione e l’errore
di di GIANCARLO MARINELLI
23.04.2018