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15 dicembre 2018

Cultura

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30.04.2014

Difesero il loro lavoro, uccisi dalle SS

Il corteo alle Officine Pellizzari il 31 marzo 1946, due anni dopo l'uccisione dei colleghi operai
Il corteo alle Officine Pellizzari il 31 marzo 1946, due anni dopo l'uccisione dei colleghi operai

Settant'anni fa, il 30 marzo, quattro operai delle Officine Meccaniche Pellizzari di Arzignano furono uccisi dalle SS naziste per essersi opposti, con uno sciopero, ad un progetto di trasferimento in Germania delle maestranze dell'azienda. Vennero accusati ingiustamente come sobillatori, fucilati ai castelli di Montecchio Maggiore e sepolti in una fosse comune. Solo dopo la guerra i familiari poterono recuperare i loro corpi. Sono conosciuti come i quattro martiridel 1944: Umberto Carlotto, Luigi Cocco, Cesare Erminelli e Aldo Marzotto, vittime della violenza nazista.
In loro nome la città di Arzignano chiede oggi, a distanza di settant'anni, al Presidente della Repubblica, di poter decorare il proprio gonfalone con la medaglia al valore civile, per rendere onore alle azioni di coraggio di tutti gli operai e delle loro famiglie contro la prepotenza e il controllo nazi-fascista sulla fabbrica e sulla città, di cui le Officine Pellizzari erano simbolo e cuore pulsante. Una richiesta che alla vigilia della Festa del Lavoro suona ancora più forte.
L'Amministrazione - che ha ricordato l'anniversario con una manifestazione il 29 marzo - ha fatto sua una richiesta partita dai nipoti dei capitani di industria e fondatori dell'azienda Giacomo e Antonio Pellizzari, ovvero Roberto Negri e Giacomo Minuti. Un fascicolo storico ricco di foto ora accompagna la richiesta inviata a Roma.
La vicenda storica, con tutte le difficoltà legate alla complessità e gravità degli eventi, è stata ricostruita in dettaglio da Antonio Lora, presidente della commissione cultura del Comune che ha curato la documentazione inviata alla Prefettura e destinata al Ministero degli interni.
«Nel marzo del 1944 - scrive Lora - il Comando tedesco aveva deciso di trasferire parte dei macchinari e dei dipendenti dell'azienda Pellizzari in Germania. Poiché, però, le maestranze delle gloriose Officine si dimostrarono restie ad eseguire gli ordini, il Comando, il 27 marzo, decise di estrarre a sorte il nome di 37 lavoratori da trasferire. Poteva farlo perché in tempo di guerra l'azienda e il suo personale erano soggetti alla disciplina militare. L'estrazione si doveva compiere in cortile, dopo l'orario di lavoro. I dipendenti, tuttavia, invece di assistervi si avviarono verso l'uscita. La notte stessa, i rappresentanti dei lavoratori, cui diedero il loro appoggio tutti gli operai, decisero per il giorno successivo, 28 marzo lo sciopero generale».
Vittoriano Nori nel volume “Arzignano nel vortice della guerra 1940-1945” riporta le parole di Vinicio Mettifogo: «Quando la sirena dà il segnale d'inizio del lavoro suona inutilmente. La fabbrica sembra morta. Tutti gli operai restano fermi al loro posto. Poi, lentamente, in silenzio, con perfetta sincronia, essi abbandonano i reparti, escono nel cortile, spalancano il portone d'uscita e si ritrovano sulla strada. I visi seri, i movimenti controllati, il parlare sommesso e conciso, testimoniano la ferma determinazione collettiva. Nessun gesto non necessario, né una parola di troppo: in tutti quasi un contegno solenne, una dignità mai conosciuta».
«Quello era giorno di mercato - ricostruisce Lora - e molti operai, usciti dalla fabbrica, si mescolarono con la gente nella piazza principale; altri tornarono a casa. A metà mattinata, dagli altoparlanti, i tedeschi annunciarono la revoca dei trasferimenti e diedero assicurazione che non sarebbero state prese misure di rappresaglia nei confronti dei lavoratori, se avessero ripreso il lavoro».
Naturalmente la promessa non venne mantenuta. Ripreso il turno in fabbrica le SS si presentarono e arrestarono sei operai: Guido Celadon, Cesare Erminelli, Aldo Marzotto e Vittorio Sartori del reparto meccanica fina, Luigi Cocco del reparto motori a scoppio e Umberto Carlotto del reparto motori grossi. I sei vennero portati al Comando tedesco che era ospitato in centro, al palazzo del Mattarello. L'accusa mossa contro di loro, inconsistente, era di “aver pronunciato durante lo sciopero frasi incriminabili”.
La mattina dopo, mercoledì 29 marzo, in azienda furono chiamati “per un breve colloquio” all'ufficio del personale altri venticinque dipendenti.
Anche loro, in realtà, vennero portati, scortati dalle SS, al Mattarello, dove vennero rinchiusi in una baracca nel cortile interno. «Con loro - spiega ancora il dott.Lora - c'è anche l'ingegner Tentori, che con Maria Barcarolo, che era l'unica donna arrestata dei 25, verrà poi rilasciato più tardi. Il Commissario Prefettizio Caniato riuscì a farne liberare un altro: Carlo Arnoldi. Più tardi venne rilasciato anche Vittorio Sartori. Guido Celadon fu invece aggregato al gruppo dei 23».
Mentre vengono fatti salire, di sera, su un camion, i fermati hanno la possibilità di intravvedere i quattro compagni Carlotto, Cocco, Erminelli e Marzotto che vengono caricati su una vettura.
Da qui in avanti le notizie, per le famiglie, saranno sempre vaghe e confuse. Neppure il “paron Giacomo”, cioè Giacomo Pellizzari, che pure seguiva con partecipazione le vicende, sapeva dare qualche certezza. Sempre Vinicio Mettifogo, nel libro del Nori, racconta: «Venerdì 31 marzo un cinico e beffardo maggiore SS convoca tutti i lavoratori nel cortile dell'Officina. Dall'alto della terrazza, parlando un feroce tedesco, grida che gli arrestati, Carlotto Umberto, Cocco Luigi, Erminelli Cesare e Marzotto Umberto sono stati condannati a morte mediante fucilazione. Dopo la breve pausa necessaria perché un altro graduato SS traduca con tono inespressivo le sue impossibili parole, il maggiore riprende a parlare: la sentenza è già stata eseguita. Respiravamo a fatica e il cuore batteva sconvolto nel tumulto della disperazione. Un plotone di SS, forse 50, forse 100 uomini, era schierato a sbarrare l'uscita con le automatiche pronte a sparare. Se solo avessimo tentato un gesto di ribellione sarebbe stato il massacro. Lentamente, a testa bassa, trattenendo il pianto che serrava la gola perché i tedeschi non vedessero, rientrammo nei reparti. Fu quella la nostra più triste giornata».
«Soltanto a liberazione avvenuta - riprende Lora - fu possibile sapere dove erano stati sepolti i quattro operai assassinati e cioè in una fossa comune avvolti in sacchi di tela. Furono riconosciuti dai vestiti che indossavano al momento della scomparsa. Avevano un cappuccio con un foro di pallottola».
«Gli altri arrestati - prosegue - furono tenuti per qualche tempo in Italia, dapprima nelle carceri di S. Biagio a Vicenza, poi nel campo di concentramento di Fossoli da dove, su carri bestiame, furono trasferiti a Mauthausen. In seguito furono distribuiti a piccoli gruppi in varie località della Germania e dell'Austria e obbligati al lavoro in industrie meccaniche di guerra. Due di loro, Giuseppe Rampazzo e Giovanni Salvato, resteranno vittime delle gravi privazioni subite».
Al funerale dei quattro martiri, dopo la liberazione, la partecipazione fu imponente, come dimostrano le fotografie cstatate quel giorno: accorsero i lavoratori da Montebello, Lonigo, Montecchio e Vicenza, dove erano gli stabilimenti della Pellizzari.
Giacomo Pellizzari - conclude la meticolosa ricerca - dimostrò la grandezza d'animo che gli è sempre stata riconosciuta assumendo in fabbrica molti dei congiunti. Ad ogni componente delle famiglie dei caduti consegnò un libretto di risparmio con una generosa somma.
Per il giovane Luigi Cocco si spese affinché gli fosse intitolata la scuola elementare di Ponte Cocco.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Silvia Castagna
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