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13 dicembre 2018

Cultura

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11.09.2018

CALABRÒ FORZA DEI SOGNI

La chiesetta di San Daniele D’Arso, a nord di Chiampo , verrà aperta giovedì 13 settembre in occasione della festa per gli 80 anni di Vico Calabrò. L’artista ha rifatto il ciclo degli affreschi tra il 1988 e il 1990Il pittore, incisore e affreschista, Vico Calabrò  nel suo studio tra i colori che danno tonalità  ai pensieri
La chiesetta di San Daniele D’Arso, a nord di Chiampo , verrà aperta giovedì 13 settembre in occasione della festa per gli 80 anni di Vico Calabrò. L’artista ha rifatto il ciclo degli affreschi tra il 1988 e il 1990Il pittore, incisore e affreschista, Vico Calabrò nel suo studio tra i colori che danno tonalità ai pensieri

Ottant’anni da funambolo, arrampicato sulle impalcature di mezzo mondo in cerca del segno rapido, definitivo, quello capace di fermare la bellezza in un istante. Vico Calabrò è uno dei maggiori esperti europei di pittura a fresco, alla quale ha dedicato un’infinità di seminari, stage, incontri, iniziative. Sua l’ideazione, nel 1993, della “Casa degli affreschi” a Facen di Pedavena, in provincia di Belluno, dove centinaia di artisti italiani e stranieri provenienti da una ventina di nazioni hanno realizzato opere straordinarie, secondo i dettami di una pratica che è patrimonio esclusivo dell’arte italiana. Una pratica che negli anni Settanta stava scomparendo e che lui, con passione e determinazione, ha riportato all’antico splendore, creando intorno a sé un cenacolo che ha ormai proseliti in ogni parte del mondo. Andiamo a trovarlo nel suo buen retiro di Caldogno. Il cancello è aperto. Intorno un piccolo universo foderato di tele, colori, fogli, libri, pennelli, incisioni, schizzi, quaderni, intarsi su legno. Una stratificazione che profuma di tempo e di storia, ma anche di fiabe e luoghi lontani. Seduto al tavolo di lavoro, quest’uomo alto e gentile parla di studio e fatica, di piccoli passi e grandi obiettivi. Pittore, incisore, affreschista, illustratore, ceramista, agordino di nascita e vicentino d’adozione, Vico Calabrò, classe 1938, nato in una contrada povera e sperduta è diventato un sapiente e abile cultore di tante forme artistiche differenti. Alcune sue opere sono esposte in importanti musei europei e americani. Lavora negli Stati Uniti, in Giappone, Russia, Olanda, Bulgaria, Francia, Germania, Australia, Brasile, Polonia, Belgio e in molti altri paesi del vecchio e del nuovo continente dove ha allestito mostre, dipinto chiese, conventi, musei, palazzi, scuole, ospedali, asili, sedi municipali. Maestro dell’affresco, dunque. Ma soprattutto pittore, come ama definirsi in un sussulto di orgogliosa semplificazione. Un pittore rigoroso, metodico, organizzato, pignolo, una specie di orologio svizzero che non concede niente a nessuno.«Men che meno a me stesso», precisa. La musica cambia quando comincia a dipingere. «La mia trasgressione comincia in quel preciso istante. Una trasgressione totale, dentro la quale si aprono prospettive e intuizioni di cui io stesso, a volte, mi sorprendo». Difficile capire quanto l’ispirazione possa contare in questo suo modo di affrontare la tela. «L’ispirazione – spiega - ammesso che esista, deve trovarti al lavoro». Calabrò, ottant’anni sono un traguardo importante. Tempo di bilanci o di nuovi progetti? I bilanci è giusto farli. E’ giusto cercare di capire come abbiamo impiegato il tempo che ci è stato dato. Ma la vita è dinamismo, progettualità, luce, tensione verso il futuro. Ed è bello che sia così. Nei prossimi mesi, fatto il conto dei numerosi impegni che mi aspettano in Italia, Europa e Africa, non avrò certo modo di annoiarmi. Com’è riuscito a spiccare il grande salto? Soldi non ce n’erano. Fui accolto in un istituto di preti a Bolca di Cadore. Me la cavavo. Ero buono, tranquillo. Mi fecero continuare. Dopo il liceo scientifico mi iscrissi a medicina. Sapevo che i miei interessi erano altri: amavo il disegno e la pittura, ma intorno a me c’era il gelo. Mi portarono perfino dal parroco per distogliermi dal mio insano proposito. Continuai l’università ancora per qualche anno. Ma il sette aprile 1961 mollai tutto. Una data che festeggio ogni anno. Il suo giorno della liberazione? Proprio così. Con il carattere che mi ritrovavo, schivo, docile, timidissimo, non fu facile decidere che da quel momento in avanti avrei fatto il pittore. Furono anni durissimi. Disegnavo furiosamente, dipingevo, frequentavo l’accademia a Venezia, scrivevo cronache d’arte. E viaggiavo. Feci alcune ricerche sugli affreschi di Giotto e Michelangelo. Studiai la civiltà etrusca e i mosaici di Monreale. Andai in Spagna. Trascorsi settimane intere dentro il museo del Prado. Poi fu la volta di Parigi. Il primo giorno che entrai al Louvre, sulle scale mi trovai faccia a faccia con il “San Sebastiano” del Mantegna. Rimasi lì fino a sera. Nel ’64 aprii uno studio a Cortina d’Ampezzo con Nazareno Corsini. Insieme dipingemmo una Via Crucis per la chiesa parrocchiale di Dosoledo. Fu il mio primo lavoro. Da quasi quarant’anni lei abita a Caldogno. Perché questa scelta? Mi ha portato qui il mio interesse per l’incisione. A Vicenza c’è uno stampatore straordinario, Giuliano Busato. Quello che so sull’incisione l’ho imparato nella sua bottega. Qui ho avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco con Tono Zancanaro, Murer, Treccani, Maccari e altri artisti di grande sensibilità e valore. Impossibile dire in due parole il rapporto che mi lega a Giuliano Busato e a suo figlio Giancarlo, che da alcuni anni sta continuando con passione il mestiere del padre. Fin dall’inizio si è instaurato fra noi un meccanismo perfetto e complementare. Un dono. Un segno del destino. La sua decisione di rimanere nella nostra provincia è dunque strettamente legata alla sua attività d’incisore? Sì, certo, con in più la felicità di abitare in una terra dove l’orizzonte è spesso visibile a perdita d’occhio e i colori si distendono in acquerelli delicati e trasparenti... Su cui lei innesta un’ ispirazione dolcemente chagalliana... Ho studiato tanto Goya, i fiamminghi, e poi, chissà come, si è materializzata nei miei lavori questa vena surreale e onirica. E’ vero che ci sono vie nascoste, che sembrano non appartenerci, ma è anche vero che, alla fine, tutto ha un significato. Basta cercarlo. Che cosa intende dire? I violini che punteggiano tante delle mie storie pittoriche affondano per esempio le loro radici in un episodio accaduto durante l’alluvione del ’66. Mi trovavo a Presenaio, nel bellunese. Intorno pianti di bambini e urla di uomini e donne disperati. Un inferno d’acqua e di fango. In questa apocalisse sentii le note di un violino. No, non era un’allucinazione. Il suono di quel violino si udiva distintamente. Una stella luminosa in una delle notti più buie della mia vita. E adesso che tanti anni sono passati, che tanti progetti si sono realizzati, che il tempo dei bilanci è arrivato, quali sono le sue considerazioni? Adesso si continua, come sempre. Ho una vita piena e intensissima. É arrivato il momento di restituire almeno una piccola parte di quanto ho ricevuto in poesia, bellezza e fortuna. Non ha mai avuto il blocco della tela bianca? Mi piace pensare al mio lavoro come a un lungo diario su cui ogni giorno dipingo ciò che accade dentro e intorno a me. La vita non è mai una tela bianca. Che cosa conta veramente? Conoscere, cercare, sperimentare, guardare in alto. E lavorare. La bellezza ogni tanto passa, ma se non ti trova al lavoro, gira l’angolo e va da un’altra parte. Qual è, oggi, il suo stato d’animo? Sono sereno. Tutto ha un tempo. Per questo è importante non sprecarlo. Per questo ho seguito con determinazione la mia strada. Volevo fare il pittore. Nessuno intorno a me lo capiva. Ho sbattuto non so quante volte la testa contro il muro, fino a che sul muro non si è aperta una breccia. Di lì sono fuggito con i miei sogni e i miei colori stretti sotto il braccio. Non è stato facile. Ma se mi guardo indietro, e rivedo il bambino di un tempo chino con tanta ostinazione sulle sue carte e sui suoi disegni, capisco che aveva ragione lui. La nostra forza è nei nostri sogni. Quel bambino lo sapeva. E adesso lo so anch’io. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Maurizia Veladiano
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