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21 settembre 2018

Cultura

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14.06.2018

Vidotto e Manolo tra montagne e “immortalità”

Francesco Vidotto Maurizio Zanolla, Manolo
Francesco Vidotto Maurizio Zanolla, Manolo

Avevano una sola cosa in comune: arrampicare. Ora ne hanno un’altra: scrivere. Manolo, al secolo Maurizio Zanolla, lo scalatore senza protezioni più famoso d’Italia, e Francesco Vidotto, astro emergente della narrativa degli “ultimi”, non si sono ancora conosciuti nonostante l’amore per la montagna. Lo faranno sabato prossimo, 16 giugno, alle 11 a Bassano, in occasione della rassegna Resistere. Nel salone della libreria Palazzo Roberti dialogheranno intorno all’autobiografia di Manolo, “Eravamo immortali”, un lungo inno “incosciente” alla libertà dell’alleggerirsi o alla leggerezza del liberarsi. Parleranno di montagna ma non solo. D’altronde il personaggio più celebre di Vidotto è un vecchio di Tai di Cadore che si chiama Oceano eppure non ha mai visto il mare. Oceano, Fabro, Meraviglia dal 2015 al 2017. Vidotto, ha un libro in arrivo anche per questo 2018? Per la verità uscirà nel 2019 e si intitolerà “ Onesto”. Lui è “un uomo retto di nome e di fatto, e per questo povero”. Un alpinista che all’indomani delle scalate manda lettere alle cime delle montagne conquistate, facendo impazzire il postino. Un personaggio vero o inventato? Proprio Oceano, lei ha scritto, le aveva suonato alla porta per farsi scrivere la sua vita. A domande come queste rispondo sempre: mai rovinare una buona storia con la verità. Ciò che narro è frutto di un insieme di racconti di altre persone, di conoscenze, di lettere od oggetti che ho recuperato, di riferimenti autobiografici, come in Meraviglia, dove la protagonista Lavinia è una donna che ho amato intensamente. Fragile e bella come le Dolomiti. E che, come la montagna, c’è. Una mescolanza di spunti che però rende estremamente realistici i suoi personaggi. Perché noi scrittori siamo ladri. Rubiamo qua e là dalle vite. Un ladro che scrive di Onesto? Non ci avevo pensato. Mi piace. Ma anche un ladro può salvare qualcosa. Ha salvato per esempio la storia di Oceano, che egli stesso aveva paura di dimenticare a causa dell’età. Un rischio che Manolo non corre: il suo “Eravamo immortali” brilla per il ricordo di ogni particolare delle sue imprese. Sono impaziente di conoscerlo. Non mi è mai capitato di incontrarlo, neppure in qualche arrampicata. Eppure è un riferimento. Non soltanto per quello che ha fatto, per le scalate impossibili a mani nude, ma per quello che rappresenta. E’ per la montagna quello che Vasco Rossi è per la musica: in un mondo in cui tutti vogliono apparire, sproloquiando di cose che non sanno, lui fa il suo. Gente che vive ritirata e poi ti piazza un concerto da 200mila spettatori. A proposito di folle, il panorama degli scrittori di montagna si è particolarmente popolato negli ultimi tempi. Il settore tira: è un bene o un male? Per me la montagna non è mai stata una moda, mi si è incisa dentro vivendo a Tai di Cadore. Ed è vero che non basta farsi crescere la barba e portare camicie a quadretti. Tuttavia, questa ondata non può non portare benefici. Soprattutto in Veneto, dove a differenza che nell’Alto Adige la montagna sta morendo, la gente se ne va. Bene dunque se si risveglia l’interesse. E se si capirà l’importanza di tornare alla lentezza, al rispetto del tempo senza frenesia. Con Manolo dialogherà a Bassano nell’esatto giorno del decennale della morte di Mario Rigoni Stern. Cos’è stato per lei? Un autore imprescindibile. Ma, ancor più che per la montagna, per il suo raccontare di guerra. E per la semplice, grandiosa intimità della sua scrittura. Oggi ci mancano la saggezza e la pulizia di chi ha attraversato due conflitti. •

Alessandro Comin
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