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30.07.2009

«Non dimenticherò mai più gli occhi sbarrati di Cristina»


 Sono le 3 del pomeriggio di sabato 18 luglio, Cristina Castagna è in vetta al Broad Peak, 8.047 metri, il suo quinto ottomila
Sono le 3 del pomeriggio di sabato 18 luglio, Cristina Castagna è in vetta al Broad Peak, 8.047 metri, il suo quinto ottomila

Claudio Tessarolo
INVIATO A MILANO
L'ultimo aereo di un penoso ritorno da Islamabad, atterra assieme alla notte di Milano. Giampaolo Casarotto è stanco, anche se si guarda bene dal darlo a vedere. In aeroporto c'è Agostino Castagna, il papà di Cristina, ad aspettarlo. Un incontro commovente, tra due uomini che si conoscono e si stimano da anni. Dopo la tragedia di sabato scorso sul Broad Peak, dove ha perso la vita la sua compagna di cordata, Casarotto ha fatto un tour de force col lutto nel cuore attraverso il Baltoro, per non perdere. Ha il viso bruciato dal sole, il fisico abbondantemente asciutto, come è normale accada dopo quasi due mesi di permanenza in alta quota. Ma la sua espressione è serena. Spinge il carrello con il sacco da spedizione, pure abbondantemente sotto peso, tanto da sembrare quasi vuoto, con sopra appoggiato uno zainetto da venti litri, di quelli buoni per l'uscita di mezza giornata. Il resto del materiale alpinistico arriverà più avanti. Da viaggiatore incallito, sa che è buona regola portarsi via l'essenziale nei trasferimenti di un lungo viaggio. Poco e selezionato bagaglio, questa è la regola, anche verso i luoghi più ostici, ma forse proprio per questo, immensamente ammalianti del pianeta.
Ha viaggiato leggero, ma appesantito dentro dal macigno che da sabato si porta dentro, pur non avendo né colpe né responsabilità di sorta, anzi. Un dolore che ha intristito non poco il suo rientro dal Karakorum. Perché era partito con Cristina, ed era la quinta spedizione in Himalaya che facevano assieme, e dal Pakistan se ne è tornato da solo.
«Chi fa dell'alpinismo come noi, sa che ci sono rischi ad ogni passo e che la posta in gioco è alta. Lo so io, lo sapeva anche Cristina. Ne parlavamo spesso tra di noi. Ma questa è l'attività che abbiamo scelto di fare, siamo consapevoli che in qualsiasi momento può succedere l'irreparabile, anche Cristina lo sapeva, ma l'abbiamo deciso noi di scalare le grandi montagne...», esordisce Giampaolo, con i modi e i toni pacati, come è nel suo stile. Uno dei motivi per cui Cris lo aveva eletto a compagno fisso di cordata. Si intendevano a meraviglia, la giovane alpinista seconda in campo femminile solo a Nives Meroi, e il collaudato frequentatore dell'alta quota vicentino. «Cristina stava proprio bene, quest'anno si era allenata con puntiglio, l'avevo trovata preparata a puntino. E come sempre determinata. È stata snervante l'attesa sotto la montagna per tentare la vetta, ma il tempo non volgeva mai al bello, al punto che la scorsa settimana avevo detto a Cris che forse era meglio rinunciare. "Non se ne parla nemmeno, se c'è da aspettare, aspettiamo...". Era così lei. E alla fine siamo saliti in vetta...». Partenza da campo 3, a 7300 metri di quota, all'una di notte di sabato scorso. «Abbiamo impiegato dieci ore per superare seicento metri di quota! La neve fresca ci ha rallentato enormemente. Tutti gli alpinisti delle altre spedizioni, chi prima e chi dopo, hanno rinunciato: troppo faticoso. Noi invece stavamo bene, a 7800 metri ha iniziato il vento ma il cielo restava pulito e siamo saliti. Fino in cima». L'incidente che è costato la vita a Cristina Castagna è avvenuto sulla vie di discesa, poco sotto la vetta, a circa 7900 metri.
«C'è un camino di tre metri con una corda fissa. Sono sceso prima io e subito dopo Cristina. "Tranquillo, scendo ancora un paio di metri, poi attraverso e ti raggiungo sulla traccia più in basso", mi ha risposto, quando le ho fatto notare che era meglio abbandonare prima che finisse la corda fissa e raggiungere subito la cresta. Sono state le sue ultime parole. Ha fatto alcuni passi su un fazzoletto di neve indurita dal vento ed è successo quello che è successo...», racconta Giampaolo Casarotto, a voce bassa. «Eravamo a non più di due metri l'uno dall'altra, quando Cristina è scivolata. Una cosa banalissima, può succedere, solo che non è riuscita a frenare la caduta piantando la piccozza e dieci metri più sotto il pendio di neve, tra l'altro non ripidissimo, c'era il vuoto della parete ovest. Ho visto la sua espressione di sorpresa, gli occhi sbarrati, che non dimenticherò mai. Poi è sparita senza una parola...». Inghiottita dalle rocce. «Mi aveva già proposto per il prossimo anno di tentare lo Shisha Pangma. Era sempre lei che sceglieva le montagne. Era felice della vita che conduceva, le esperienze in quota poi la esaltavano. Adesso che aveva uno sponsor importante, viveva con minor affanno anche le fasi organizzative. Sprizzava ottimismo, per lei "pensare positivo" non era semplicemente il titolo di una canzone...».
Casarotto ha avvertito tutto il peso della perdita di Cristina al momento di abbandonare il campo base. «Sembra incredibile, ma finché la tenda è in piedi, speri sempre che qualcosa di miracoloso succeda. Ma quando sono partito, ho dovuto smontare tutto e raccogliere anche le sue cose. Si era portato da casa quindici libri, uno aveva in animo di scriverlo anche lei. Un romanzo, mi diceva, con una protagonista femminile che viveva un rapporto di amore e odio con la montagna. Odio per la fatica della salita, un sentimento sempre sovrastato però, dall'amore...».
Cristina chiamava Giampaolo "Gandalf", come il mago buono de Il Signore degli anelli, il personaggio dell'universo immaginario nel quale si dipanano le avventure di Frodo. Ma a quasi ottomila metri, di fronte a un imponderabile passo falso, anche "Gandalf" non ha potuto nulla.
«Questa attività sportiva, abbiamo scelto noi di farla, siamo consapevoli che in qualsiasi momento può succedere l'irreparabile, anche Cristina lo sapeva, ma l'abbiamo deciso noi di scalare le grandi montagne...». In altre parole di essere "comparse in un grande spettacolo", come amava dire Cris, alla quale piaceva andare lassù proprio perché «il mondo è troppo rumoroso, sono una ricercatrice del silenzio».
Un breve ma intenso abbraccio, senza più una parola. Poi Giampaolo Casarotto e Agostino Castagna, il papà della giovane alpinista di San Quirico morta mentre scendeva dalla vetta del suo quinto ottomila, si salutano guardandosi dritti negli occhi. Usa così fra veri uomini di montagna. A "El Grio", l'incontro informale nella notte di Malpensa, avrebbe di sicuro provocato un sussulto di irrefrenabile felicità. Uno dei suoi, insomma; che a vederla così, metteva chiunque di buon umore.

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