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18.02.2010

Donna morì di cancro Battaglia tra primari


 Il prof. Franco Favretti
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Un corpo a corpo dialettico medico-giuridico tra l'avvocato Paolo Mele senior, che difende il prof. Giovanni Ambrosino dall'ipotesi di calunnia, e il prof. Franco Favretti che imputa all'ex collega di averlo accusato di avere «ucciso una povera donna solo per dimostrare che era in grado di operare i pazienti». Il testa a testa è andato in scena per oltre due ore ieri davanti al giudice Dario Morsiani nel processo in cui il pm Antonella Toniolo vuol dimostrare l'illiceità del comportamento di Ambrosino.
LISTA D'ATTESA. Favretti sentito come parte civile ha definito un obbrobrio la lista d'attesa di 90 pazienti di Ambrosino, dopo che se ne andò dal San Bortolo nei primi mesi del 2007 perché non gli fu rinnovata la dirigenza a chirurgia. «Solo 7-8 erano operabili, perché per 30 pazienti mancavano le indicazioni chirurgiche, 12 erano morti» e per i rimanenti 40 non era possibile intervenire. Fu chiamato un esperto esterno a far parte della commissione per pronunciarsi sui malati. La situazione nei due reparti di chirurgia era pesante. I primari avversari non si parlavano. Si denunciavano. Non un bello spaccato di sanità peraltro in reparti d'eccellenza.
PAZIENTE TERMINALE. Il controesame di Favretti ha visto più volte intervenire l'arbitro-giudice Morsiani che con calma autorevole, senza far perdere il sapore di un confronto teso, ma leale, serrato mai mai sterilmente polemico, ha visto contrapporsi due verità per forza di cose opposte in un processo molto sentito. C'è di mezzo l'onore. Mele vuol dimostrare che Favretti operò Carmela Reitano malata terminale di cancro per la pressione dei parenti. «Era una signora cachettica - spiega il primario di chirurgia -. Era stata dimessa da pochi giorni dall'ospedale di Lamezia Terme in fase terminale». L'intervento comunque ebbe senso clinico perché c'era una residua possibilità di mutazione cellulare («un viraggio») e la paziente avrebbe potuto giovarsi della chemio. Il 31 maggio Favretti eseguì la biopsia («è stata inutile viste le condizioni», ha sostenuto Mele sr), cioè un prelievo di tessuto alla schiena, mentre il sanguinamento che provocò il decesso avvenuto l'indomani non fu collegato all'esame diagnostico. «I parenti furono informati male e furono create aspettative errate», ha detto Favretti, che ha contestato che ci fosse stato un drenaggio, mentre Mele sr. ha esibito il referto di un medico che scrive la parola drenaggio. «La signora morì perché il tumore le ha mangiato lo stomaco», ha aggiunto, commentando stizzito per le domande incalzanti del legale: «Non bisognava chiamare il dr. House per capire la consequenzialità». La difesa ha contestato la mancanza del consenso informato dei parenti. «No, c'è», è stata la replica di Favretti. Si porseguirà il 7 aprile.
Ivano Tolettini

Ivano Tolettini
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