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Carlo Etenli

19.10.2011

Civiltà contadina. Nel museo dove si ferma il tempo

L’ottantaduenne Carlo Etenli, a fianco del banco di lavoro nel Museo della civiltà contadina. FOTO GOBBO
L’ottantaduenne Carlo Etenli, a fianco del banco di lavoro nel Museo della civiltà contadina. FOTO GOBBO

«Buongiorno, c'è il signor Carlo?». «Non so, provi dentro il museo». Ed è proprio lì che troviamo Carlo Etenli, tutto intento a restaurare una vecchia trebbiatrice della prima metà del '900.
Ci viene incontro con il passo svelto e l'immancabile cappello in testa. Classe 1929, occhi vispi e rughe profonde a solcare il volto di chi lavora da una vita. È lui l'ideatore e il fondatore del Museo della Civiltà Contadina di Grancona, nel cuore dei Colli Berici. Qui, in un fabbricato un tempo adibito a stalla e poi ampliato, le lancette dell'orologio paiono essersi fermate. Un'epoca lontana, che non c'è più, ma che rivive proprio grazie al lavoro di ricerca e alla passione di Carlo Etenli. Un vero e proprio viaggio nel tempo, attraverso gli attrezzi per la filatura e la tessitura, le macchine per la trebbiatura del frumento e la sgranatura del granoturco, i mulini, i trattori d'epoca, gli aratri, le botteghe artigiane, l'aula e l'ambiente familiare. Tutto profuma di antico e, soprattutto, tutto funziona perfettamente: la macchina a vapore del 1898, gli oltre cinquanta trattori della collezione, l'orologio del 1908 del campanile di Villa del Ferro.
Come le è venuta l'idea di questo museo?
«Da un dispiacere…»
Vale a dire?
«Dopo la morte di mio papà. Avevo una piccola stalla con degli aratri in legno e altri attrezzi. Una domenica decisi di bruciare quelle cose: prima i due aratri e poi il resto. Ma quando stavo per buttare nel fuoco una vecchia mésa del màscio (la lunga vasca in legno dove si scottava il maiale per toglierne il pelo), mi è tornato alla mente quando con mio papà, durante la guerra, percorremmo a piedi ventotto chilometri con il carretto a mano per recuperare le assi per farla costruire».
Così non l'ha bruciata?
«No, sono tornato indietro e non ho più dormito tutta la notte per aver bruciato quei due aratri. All'indomani la prima cosa che ho fatto è stato andare a comprarne due di identici».
L'inizio del museo?
«Sì, era il 1985. Da lì ho cominciato a recuperare tutti quegli oggetti che avevamo una volta. E quando dicevo che l'intenzione era di fare un museo mi sentivo dare del matto».
Di certo non deve essere stato semplice.
«Gli attrezzi piccoli li trovavi nei vari mercatini, ma si pagavano cari. Poi ho cominciato a comprare anche i trattori, fino ad averne cinquantotto, almeno un esemplare per ogni fabbrica costruttrice. Quella è stata forse la spesa più grossa, perché oltre ad acquistarli c'erano poi i costi per restaurarli e renderli funzionanti».
La storia di Carlo Etenli, invece, inizia da molto più lontano.
«Ho da poco compiuto 82 anni e ne ho passate nella mia vita. Così come i miei genitori, entrambi trovatelli. Sono nato e cresciuto in una famiglia di contadini».
Orgoglioso delle sue origini?
«Molto. La mia è stata una vita dura, ma non ho rimpianti. Ho fatto il lattaio da quando avevo dodici anni fino al primo dopoguerra. C'era tanta miseria, così sono emigrato in Francia a lavorare nei campi, perché per le miniere di carbone del Belgio ero troppo giovane».
Le cose sono migliorate?
«All'inizio è stata dura: una volta arrivati ci hanno portati in un campo di smistamento, ci sputavano addosso. Poi però la forza di volontà e la grande voglia di lavorare hanno fatto la differenza e quando decisi di tornare in Italia erano tutti molto dispiaciuti».
E una volta tornato?
«Era il Natale del 1959, presi alcuni campi in affitto e iniziai a lavorare anche per l'impresa edile che avevano aperto i miei fratelli. Nel 1964 entrai nell'Amministrazione comunale, ma gli impegni erano troppi. Così lasciai i campi, restaurai una casetta qui in via Ca' Vecchia e successivamente iniziai a fare l'assicuratore, che è stata la mia fortuna».
A scandire il tempo della sua vita è da sempre il lavoro...
«Mi alzo tutte le mattine alle cinque e vengo qui. È in quelle ore che riaffiorano i ricordi. Penso ai tanti ragazzi che durante la guerra sono partiti senza più tornare, penso alla mia generazione che sta pian piano sparendo. Oltre al museo e ai campi, però, passo del tempo anche in ufficio (l'agenzia di Lonigo porta ancora il suo nome): insomma, non riesco a stare senza far niente».
Lavoro, ma anche politica.
«Dal 1964 al 1990: per tre mandati fui anche sindaco. Ma la passione per la politica partì da molto più lontano».
Da quando?
«Ricordo che nel 1948, quando ci fu la "battaglia" per scegliere tra monarchia e repubblica, tornai dalla Francia per attaccare i manifesti. E poi i viaggi a Milano oppure a Venezia, quando venne a parlare De Gasperi: allora tornai a casa con la testa rotta. Ero un tipo, diciamo, sanguigno».
Già allora pensava ad entrare in politica?
«Assolutamente no. La politica mi aveva appassionato, ma non ritenevo di essere adatto perché l'istruzione era quella che era. Il mio contributo allora era portare in giro con la moto il sindaco, e fu proprio lui a spingermi a provare: feci dunque un tentativo e presi l'83% delle preferenze».
E la politica oggi come la vede?
«Profondamente cambiata, ma ora vivo la cosa con distacco. Diciamo poi che chi amministrava Grancona quando iniziai ad allestire il museo non mi ha certo reso la strada in discesa, anzi. L'Amministrazione attuale, invece, è decisamente più presente, ma ci tengo a sottolineare che il Comune non mi ha mai dato niente e nemmeno io non ho mai chiesto nulla: quello che mi basta è un po' di sostegno».
Chi viene a visitare il museo?
«Persone di ogni età e nazionalità: dall'Olanda, dal Belgio, dagli Stati Uniti; recentemente è arrivato pure un pullman di brasiliani. E poi tante scolaresche, che possono fermarsi anche tutta la giornata visto che di spazio ne ho».
La sua attenzione, nel pensare e curare questo museo, è rivolta soprattutto ai giovani?
«Sì, perché possano toccare con mano e capire i tanti sacrifici fatti dai nostri padri e dalle nostre madri».
Soddisfatto della sua opera?
«È costata fatica, ma ne sono fiero e posso dire di aver lasciato qualcosa. Non si può descrivere la gioia nel vedere quelli che una volta erano ragazzi, e che ora sono insegnanti, portare qui i propri alunni. Cose come questa ti riempiono di soddisfazione, ti danno vita. Spesso mi dico "non muoio mai, perché per vent'anni ne ho ancora di cose da fare qui dentro"».
Manca ancora qualcosa?
«No, ormai il museo è completo. C'è tanta gente che vorrebbe portarmi qualcosa, ma ho davvero tutto, addirittura alcuni oggetti sono doppi».

Nicola Gobbo
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