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25.05.2016 PROFUGHI

“Costruiamo ponti, non muri”.
Appello del Centro Sociale Bocciodromo

Assistiamo, da ieri, allo sgombero del campo profughi di Idomeni, al confine greco-macedone, da parte delle forze militari e di polizia greche. Le persone che vivevano in questo accampamento, formatosi dopo la chiusura della frontiera macedone, hanno resistito per mesi in condizioni di vita estreme, minacciate da ogni evento atmosferico, in situazioni di totale privazione, attendendo invano la riapertura del confine per poter raggiungere l’Europa, avere la possibilità di costruirsi un futuro e ricongiungersi con i familiari che hanno già raggiunto i Paesi europei. I circa 8000 profughi che ancora rimanevano nel campo vengono caricati su autobus governativi per essere condotti nei campi regolari gestiti dall’esercito e già presenti da mesi nelle aree più interessate dai flussi migratori. Questi campi sono già stati portati all’attenzione pubblica per l’impossibilità, da parte di chiunque non faccia parte dell’esercito, di sapere cosa avviene all’interno, poiché l’accesso è precluso alle Ong, ai volontari e ai membri dei Legal Teams che agiscono sul territorio. Ciò che si è venuto a sapere, attraverso il lavoro di alcuni avvocati è che nei campi militarizzati la situazione dei profughi non è migliore di quella che vivevano nei campi irregolari: l’igiene e il comfort rimangono un miraggio, il servizio medico è insufficiente, l’assistenza legale è assente e le informazioni riguardo alle procedure di richiesta d’asilo o di ricollocamento non arrivano. Le libertà personali dei “detenuti” in questi campi sono fortemente limitate, sia per l’impossibilità di avere relazioni con volontari, sia per i coprifuoco e le rigide regole interne. In questi campi, inoltre, ogni tipo di protesta viene rapidamente repressa dai militari, unici autorizzati ad usare la forza. La deportazione delle persone che da mesi vivono ad Idomeni sta avvenendo in maniera coatta, senza lasciare loro il diritto all’autodeterminazione, negando la libertà di fuggire dalle guerre, sopprimendo ogni diritto ad avere una casa, all’istruzione per i minori, al ricongiungimento con la propria famiglia. L’accesso al campo è stato bloccato, tagliando fuori da un lato tutti i volontari indipendenti, coloro che in questi mesi hanno supportato queste persone, hanno costruito servizi come il wi-fi point, la scuola, le docce e molto altro, e dall’altro escludendo la stampa, allontanando i giornalisti. Il tentativo è quello che la notizia abbia meno risalto possibile in questa Europa che si dimostra già sufficientemente cieca e sorda alle richieste di aiuto dei disperati in fuga da guerre e persecuzioni. La nostra libertà di informazione è limitata in maniera direttamente proporzionale alla libertà dei migranti di denunciare la propria condizione. Assieme a volontari e stampa è stata bloccata anche ogni possibilità di rifornimento di cibo, costringendo chi volesse cercare di resistere alla deportazione a patire la fame. Non è difficile capire che, in un campo in cui il 40% della popolazione è rappresentato da bambini al di sotto dei 10 anni, la mossa di affamare la gente per costringerla a salire sui pullman non può che risultare “vincente”. Lo sgombero sta avvenendo, per ora, senza bisogno di ricorrere all’uso della forza fisica, perché la prepotenza delle privazioni subite e il dolore per le speranze infrante hanno già portato allo stremo queste persone, cui non resta che arrendersi al triste destino di dimenticati ed esclusi che l’Europa sta costruendo per loro. Nella resa di queste persone, che per mesi hanno lottato tenacemente per un futuro migliore, per vedere riconosciuto il proprio diritto alla felicità, vediamo la resa dell’ Europa stessa, che rinnega i propri valori fondanti e delega al regime turco e ai militari greci la “soluzione finale”, riuscendo solo, come risposta al problema, ad erigere muri e barriere che escludano o rinchiudano i migranti. Come Welcome Refugees sappiamo già che queste deportazioni, queste violenze, sia fisiche che psicologiche, queste esclusioni, non sono che un temporaneo e precario tentativo europeo di rimandare la ricerca di una soluzione vera per la questione migratoria. Tale questione si riproporrà comunque in altre forme nell’immediato futuro, seguendo rotte diverse, con pericoli maggiori per l’incolumità di chi emigra, probabilmente interessando sempre più l’Italia, ora che la Grecia non è più un corridoio percorribile. E in Italia il flusso si arresterà nuovamente, dopo la chiusura austriaca del Brennero. Siamo stati ad Idomeni, abbiamo conosciuto quelle persone, i loro sogni, la loro generosità, la loro determinazione, e per questo siamo solidali con loro, ribadendo che vogliamo un’Europa ospitale ed accogliente, l’apertura dei confini e un vero rispetto per i diritti umani. 

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