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Zig Zag

15.06.2014

Il terribile giugno 1924. Il rapimento annunciato

L'ingresso della villa di famiglia in centro a Fratta Polesine
L'ingresso della villa di famiglia in centro a Fratta Polesine

Nell'affermarsi del fascismo come dittatura furono cruciali i mesi del 1924 scanditi da quattro eventi: le ultime elezioni formalmente libere, l'uccisione di Giacomo Matteotti e il ritrovamento del suo corpo, l'Aventino astensionista dei parlamentari d'opposizione e la stretta finale sulle regole democratiche data da Benito Mussolini.
In aprile aveva stravinto (60%) un Listone di cui i fascisti, al potere dall'ottobre '22, erano maggioranza, ma in cui stavano anche liberali (tra essi gli ex-premier Orlando e Salandra), nazionalpopolari, “moderati” e destre varie. La legge Acerbo – applicata per la prima e unica volta, maggioritaria con superpremio, antenata (perfino un po' migliore…) del recente Porcellum calderolian-berlusconiano – aveva dato al Listone 356 seggi alla Camera su 535.
Il 30 maggio Matteotti parlò a Montecitorio per denunciare le violenze e i soprusi ai seggi e per contestare la validità del voto. Era un deputato giovane, ma già al terzo mandato dopo quelli nel '19 e '21. Toccò a lui dire quello che tanti altri tacevano: “Nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà”, perché la libertà politica era stata coartata, anche fisicamente, dalle squadre fasciste. Cioè da “una milizia armata, composta di cittadini di un solo partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”.
Nel pomeriggio del 10 giugno il deputato polesano del Partito socialista unitario (6%) – ala riformista staccatasi dal Psi massimalista (5%) e politicamente lontana dal Pci (4%) alla Camera da tre anni – fu rapito mentre camminava sul Lungotevere da cinque uomini su una Lancia Kappa. Li comandava Amerigo Dumini, dirigente di un ramo dei servizi segreti che dipendeva dal Partito fascista. Pochi minuti dopo fu pugnalato a morte. Dieci giorni prima, dopo aver parlato alla Camera, aveva detto ai vicini di banco: “E adesso potete preparare la mia orazione funebre”.
Il 13 giugno Mussolini – sul quale infuriò subito la polemica quale mandante morale, ma che replicò sempre spiegando il danno d'immagine che gli veniva dal “caso Matteotti” – parlò ai deputati, condannando il rapimento, ma senza lasciare possibilità di replica. La Camera fu sospesa senza riconvocazione. Due settimane dopo, la gran parte dell'opposizione (popolari, socialisti e democratici, ma non i comunisti che non volevano avere a che fare con gli altri) si riunirono nella sala dell'Aventino decidendo di non partecipare più ai lavori finché non si fosse conosciuta la sorte del collega scomparso.
Il cadavere di Matteotti fu ritrovato per caso il 16 agosto, in un bosco a 25 chilometri da Roma. Il clamore fu enorme, con echi in tutta Europa. Il deputato di Fratta – 'capo dei lavoratori' delle sue terre, pacifista al tempo della Grande Guerra, testimone delle prevaricazioni della Milizia fascista diventata organismo para-pubblico – diventò subito un simbolo. E divennero un motto antifascista, tenuto vivo per vent'anni fino alla Resistenza, le parole attribuitegli da Filippo Turati, leader storico del socialriformismo: “Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai”.
Dopo un autunno di forti tensioni anche all'interno del Partito fascista – e mentre andavano avanti un'indagine e un processo poi finiti con condanne risibili contro Dumini & C. – l'ala intransigente del movimento, imperniata sui capi della Milizia, portò il governo alle più dure scelte repressive. Il 3 gennaio 1925 Mussolini pronunciò il discorso che apriva la strada al partito unico. Negando che la sua creatura politica fosse solo manganello e olio di ricino, si assunse, per il quadriennio precedente, delitto Matteotti compreso, “la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto”: “Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”. Nel giro di un anno e mezzo – con le opposizioni impotenti 'sull'Aventino' e zittite nel paese, e poi anche espulse dalla Camera – la dittatura veniva statuita con provvedimenti eccezionali ('leggi fascistissime') che davano pieni poteri al capo del governo, limitavano la libertà di stampa, scioglievano partiti e sindacati.

Antonio Trentin
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