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19 novembre 2018

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01.03.2018

Bimbi e alimentazione Le regole per eliminare lo stress legato al cibo

Bambini che hanno un’avversione al cibo, che vanno rincorsi con il piatto in mano per pochi bocconi e non sono attratti dagli alimenti più appropriati per la loro età. Per il 25 per cento dei piccoli sotto i sei anni sedersi a tavola è uno stress e, anche se nella maggior parte dei casi il problema si risolve con poche semplici regole, ci possono essere casi più gravi, con sintomi che assomigliano molto a quelli dei disturbi alimentari dei più grandi. Gli specialisti parlano, in questi casi, di Nofed-Non-organic feeding disorders. Questi ultimi riguardano il 25 per cento dei bambini sani e l’80 per cento di quelli che hanno qualche problema di sviluppo. Nel 15-30 per cento dei casi a causarli sono problemi organici, mentre per l’80 per cento si tratta di disturbi della sfera psicologica. La forma più frequente di disturbo di tipo non organico è costituita dai “picky eaters”, bambini che, in media, mangiano poco spontaneamente nel corso della giornata, hanno un’avversione verso il cibo o che non provano alcun piacere a tavola. Per fortuna nella maggior parte dei casi questi bambini sono vivaci e svolgono regolarmente la loro attività. Il ruolo del pediatra in queste condizioni è quello di rassicurare la famiglia, che spesso considera questo comportamento alimentare come espressione di una condizione patologica. La fascia di età più interessata è quella tra i 3 e 6 anni. Oltre che per i bimbi il problema è stressante anche per i genitori. Il comportamento di mamma e papà nei confronti di un figlio “picky eater” rappresenta il più importante fattore coadiuvante la persistenza o l’accentuazione del problema. Infatti pur di assicurare, secondo loro, un’alimentazione adeguata ai proprio figli sono disposti a tutto. I comportamenti più frequenti sono quelli di offrire il latte di notte durante il sonno, o di assumere un atteggiamento persecutorio nei confronti del bambino rispetto al cibo, associato spesso a forzature. Un altro comportamento da eliminare è costituito dal consentire “distrazioni” durante il pasto (ad esempio i giochi o la televisione). Il bambino deve consumare il pasto seduto a tavola. I primi problemi possono nascere già dallo svezzamento, altro momento che genera paura nei genitori; ma, più che affidarsi a metodi strampalati, è sufficiente una semplice regola. Il rischio può essere ridotto offrendo prima dei 9 mesi anche alimenti dal “forte gusto” come vegetali e agrumi. Dal decimo mese in poi può essere offerta un’alimentazione da adulto e senza limiti, rispettando i gusti del bambino. Uno svezzamento troppo lento e con l’introduzione tardiva dei gusti forti può favorire l’instaurarsi di un comportamento alimentare di tipo neofobico, in cui alimenti nuovi vengono rifiutati. Il disturbo deve preoccupare, però, solo in alcuni casi. La presenza di sintomi clinici come il vomito, la diarrea e l’arresto della crescita o la perdita di peso rappresentano dei campanelli d'allarme che devono indurre ad un approfondimento diagnostico per escludere cause di natura organica. Anche eventuali sintomi come la presenza di un ritardo dello sviluppo psicomotorio, possono essere legati ad un disturbo del comportamento alimentare di tipo organico. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

S.M.
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