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23 novembre 2017

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TerraLiquida

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«Qui trovo ispirazione
per le storie teatrali»

11.09.2017

«Qui trovo ispirazione
per le storie teatrali»

TerraLiquida. Racconti dell'altro vicentino
TerraLiquida. Racconti dell'altro vicentino

Davide Fiore

Un piccolo comune arroccato nelle montagne può diventare un osservatorio? È quanto si sono chiesti i promotori di “TerraLiquida Racconti dell’Alt(r)o Vicentino”, concorso letterario aperto agli autori tra i 18 e i 39 anni di età con scadenza il 20 ottobre.

Un concorso promosso da Confindustria Vicenza - Raggruppamento AV con la Fondazione Palazzo Festari, i Comuni di Valdagno, Schio e Thiene e altri sostenitori come AVS e Il Giornale di Vicenza per raccogliere gli sguardi degli scrittori su questo mondo ancora troppo sconosciuto.

Osserva questo mondo l’autrice-attrice Marta Dalla Via che si diploma nel 2001 alla Scuola di teatro di Bologna diretta da Alessandra Galante Garrone, e nel 2003 al Dams di Bologna.

Il suo esordio di autrice è nel 2010 con “Veneti Fair” ma evolve fondando la compagnia “Fratelli Dalla Via” con Diego Dalla Via e Roberto Di Fresco, scegliendo di vivere nella bucolica Tonezza Del Cimone, suo paese natale. “Piccolo Mondo Alpino”, vincitore del Premio Kantor 2010 e “Mio figlio era come un padre per me”, Premio scenario 2013 sono gli spettacoli di esordio della compagnia rappresentati in tutta Italia. Nella stagione 2016/2017 Marta è nel cast di “La Cattivissima” di Natalino Balasso, prodotto dal Teatro Stabile del Veneto.

L'AltoVicentino cosa rappresenta per lei?

È il paesaggio dove sono nata e cresciuta. Un territorio che in alcuni periodi della vita ho abbandonato e per il quale nutro un amore critico e contraddittorio. Lo considero la principale ispirazione delle storie che ho raccontato in teatro.

Quali elementi o aspetti dell'AV l'hanno colpita particolarmente?

Il dialetto, con i suoi particolarissimi dettagli di pronuncia e lessicali. Quando ho fondato la compagnia “Fratelli Dalla Via” avevo un grande desiderio di portare sul palco storie fantasiose ma autentiche e mi/ci è venuto naturale pensare di usare il linguaggio dei nostri genitori e del nostro quotidiano. La strada più semplice è stata anche quella che ci ha permesso di trovare uno stile molto personale che è stato riconosciuto e apprezzato anche al di fuori del nostro territorio.

Raccontare un territorio è utile? Quali luoghi la ispirano?

È necessario per ampliarne i confini in senso mentale, emotivo ed economico. Io cerco di raccontare la contemporaneità attraverso il bar sotto casa e la farmacia di paese come chi cerca di comprendere la chimica attraverso una molecola. Il piccolo villaggio del nord-est alterato dalla lente teatrale, condensato dai personaggi, vivacizzato dalla lingua, diventa paradigma d’occidente. Ovviamente è una visione soggettiva e parziale che cerco di rendere concreta sfidando i limiti del mio talento.

Quale valore dà alla scrittura?

Scrivere uno spettacolo o una storia significa aprire la porta su un’alternativa. La si apre perché non si vuole accettare il mondo così com’è. Al termine della performance la porta si richiude ma chi ha “sbirciato” ha interiorizzato questa prospettiva e può considerarla o rifiutarla. L’essere umano è programmato per lamentarsi del presente e contemporaneamente per odiare il cambiamento. L’arte della scrittura crea un momento di densità, una pausa attiva per ripensare se stessi e il rapporto con l’altro al di fuori delle logiche “tutto e subito”.

Cosa suggerirebbe all'aspirante scrittore?

Le parole sono armi ma anche cerotti e leggere è sempre stata una fonte di felicità per me. Spero che chi ha qualcosa da dire trovi il modo per farlo e per farsi ascoltare dal numero più grande di persone. Ad un’aspirante scrittore direi di raccontare le sue realtà. Chi crede nelle utopie è pazzo ma chi non lo fa è un codardo.

Davide Fiore
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