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Real 40

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Real 40, Paolo Rossi

20.03.2017

Real 40, Paolo Rossi

Diventare Pablito mundial e restare il ragazzo della porta accanto. La vera grandezza di Paolo Rossi sta tutta qui ed è ciò che lo rende un campione unico ancora oggi. Dire Real Vicenza e dire Paolo Rossi è binomio imprescindibile e lui ricordando quegli anni spiega: «Sono ricordi che ho in testa, ma soprattutto nel cuore, gli anni di Vicenza hanno segnato la mia vita in tutti i sensi, c'è un legame forte e molti credono che io sia vicentino». Sembra ancora di vederlo con quella maglia a strisce portata fuori dai calzoncini che gli copriva quasi del tutto. Intelligenza e rapidità le sue doti e oggi che i capelli neri sono diventati bianchi le ritroviamo.

 

«A me fa piacere quando associano il mio nome al Lanerossi. Dopo anni di sofferenza, dai 16 ai 18 anni ho subito tre interventi ai menischi, arrivai a Vicenza e compresi subito che ero capitato nell'ambiente giusto, perchè la gente e la città rispecchiavano il mio modo di vivere». Il rilancio del Lanerossi nel campionato 76-77 con la promozione in serie A vede subito protagonista il giovane Rossi. «G.B. Fabbri è stato figura fondamentale per la mia carriera e per il Real Vicenza, lo sentivo quasi come un padre, ogni tanto mi invitava a mangiare a casa sua, una cosa non proprio normale nemmeno allora». L'altra figura importante del Real fu il presidente Giussy Farina. «Unico nel suo genere- ricorda Rossi- ironico, con grandi doti manageriali, andarci a trattare era un'impresa. Cosa mi diede dopo la promozione in A? 800 mila lire al mese, ma mi dovevo pagare tutte le spese appartamento compreso, meno male che lo dividevo con Vinicio Verza».

 

Il Real Vicenza trova le sue radici proprio nella squadra che ottenne la promozione in serie A. «Su tutti Giancarlo Salvi, è vero: se ho segnato tanto molto merito va a lui, un amico prima ancora che un compagno di squadra. Però la nostra forza era il gruppo unito, i più esuberanti erano Verza e Marangon». Sorride Rossi e ammette senza falsa modestia: «Capimmo subito che sarebbe stata annata splendida, tre vittorie nelle prime quattro gare, Cerilli e Filippi facevano ammattire tutti». E nella stagione 77-78 l'esplosione, la consacrazione definitiva con un campionato chiuso al secondo posto alle spalle della Juventus e il meritato titolo di Real. «Eppure l'avvio fu duro, nelle prime cinque gare facemmo tre punti, l'assenza di Cerilli si sentiva tantissimo, poi per fortuna Farina lo riportò a Vicenza, un cardine per la nostra squadra. La macchina era di nuovo perfetta. Esprimevamo un calcio bello e innovativo, perchè Fabbri voleva un gioco corale, applicò per primo il 4-3-2-1 con Filippi e Cerilli che facevano ciò che volevano, chi li marcava quei due?».

Paolo Rossi, come tutti i veri grandi, non parla quasi mai di sé, dei suoi gol, del fatto che ha vinto la classifica cannonieri nel 76-77 ( 21 ) e nel 77-78 ( 24). «All'epoca la marcatura era a uomo c'era poco da scherzare, ma ero talmente rapido che riuscivo a schivare gli avversari, i più duri senza dubbio Vierchowod e Canuti».

 

Un campionato stratosferico che lo fece entrare tra le stelle del calcio, ma lui ancora una volta spiazza: «Il mio orgoglio più grande è stato arrivare alla nazionale con la maglia di una squadra di provincia che però era ammirata da tutti. Noi siamo usciti dal San Paolo dopo aver vinto per 4-1 contro il Napoli con tutto lo stadio ad applaudirci. Eravamo amati, mai sentita ostilità nei nostri confronti». Eppure nella stagione 78-79 il sogno crolla e arriva una retrocessione inaspettata. «Ancora oggi non me la spiego, certo avevamo perso due giocatori importanti come Lelj e Filippi, ma a sette giornate dalla fine non eravamo nemmeno preoccupati poi è come se si fosse spenta la luce». Qualcuno disse che il Lanerossi pagò il gesto del presidente Farina che nell'estate, alle buste, aveva osato sfidare la Juventus per trattenerla a Vicenza. Sospira Rossi: «Forse qualcosina è costato quello sgarbo, ma oggi devo anche dire che innamorarsi di un giocatore è sempre pericoloso». Lei come visse quel dover restare in una squadra di provincia? Disarmante la risposta: «All'apertura delle buste ero in ritiro a Roma con la nazionale prima di partire per i mondiali di Argentina, quando lo seppi non ci restai male, pensai: va bene così, Vicenza mi ha dato talmente tanto che restarci è giusto».

 

Si potrebbe stare ore ad ascoltare Paolo Rossi perchè racconta le cose con garbo ma da cui trasuda un affetto profondo. «La gara col Lane che mi è rimasta nel cuore? Tante, forse quella giocata al Menti contro il Catania nell'ottobre del 76, vincemmo 3-0 con una mia tripletta, un gol lo segnai quasi dal calcio d'angolo, in tribuna c'era Pippo Baudo che alla fine disse: mai visto un giocatore così!». Gli anni memorabili del Real Vicenza erano al tramonto, ma stava per nascere l'astro Pablito mundial. Spagna 82, un'altra storia meravigliosa che fa dire ancora oggi ai vicentini con orgoglio: ma Paolo Rossi l'abbiamo lanciato noi con la mitica maglia a strisce bianche erosse. Lui ricambia l'affetto con grande disponibilità per tutto quello che è Vicenza, mai un no, mai un non ho tempo. «Non mi piace essere un personaggio - ci dice - in questo ha pesato l'educazione che mi è stata data in famiglia, poi la mia generazione era più abbordabile, mica c'erano gli addetti stampa, c'era un rapporto schietto con i giornalisti e con i tifosi».

 

Oggi Paolo Rossi è commentatore a Mediaset per la Champions, ha una scuola calcio a Perugia e un agriturismo in provincia di Arezzo dove vive con la moglie e le figlie Maria Vittoria di 7 anni e Sofia Elena di 5 che gli domandano divertite: «Ma papà perché ti chiedono sempre tanti autografi?».

 

Alberta Mantovani
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