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L'iniziativa del GdV

02.03.2017

Real 40, Mario Guidetti

Era martedì, mercoledì al massimo, quando Mario Guidetti arrivò a Vicenza in quell’ottobre del 1977. 
«Serviva uno che facesse legna a centrocampo», racconterà un giorno Gibì. 

 

Raccontano anche che le punizioni lei le battesse sempre e solo di seconda. Vero o falso

Sorride. «Era una mia prerogativa. Sullo slancio riuscivo a calciare meglio la palla. Io non avevo la “foglia morta”, quella capacità di alzare la palla sopra barriera era più il marchio di gente come Cerilli o Giancarlo (Salvi, ndr). A me, se la toccavano prima, era meglio».

 

Prendiamo ancora in prestito le parole di G.B.: «Mario Guidetti, un mediano dinamico e dalla bella castagna di sinistro». Conferma?

Altro sorriso. «Sì, ho fatto parecchi gol così, da fuori. Nel tempo mi hanno detto perfino che ero uno dei più bravi tecnicamente, che facevo viaggiare la palla nonostante fossi un centrocampista più di quantità che di qualità. Ma lo dicevano gli altri, eh... La verità è che un po’ tutti sapevamo mettere la palla buona per Paolo (Rossi, ndr)».

 

È esagerato dire che Guidetti è stato l'uomo della svolta?

Quando sono arrivato a Vicenza dicevano che mancava solo un giocatore, uno con le mie caratteristiche. Ma delle ragioni per cui prima le cose non andavano e poi da quel giorno hanno cominciato a funzionare ognuno può dare una sua versione...

 

Come andò la trattativa che poi l’ha portata al Vicenza?

A ottobre la finestra di mercato era ancora aperta, io giocavo a Como in B e però non volevo più stare lì. Ma personalmente, con me, non c'era stato alcun avvicinamento da parte del Vicenza. Allora era diverso: non c'erano telefonini, semplicemente le due società si erano messe in contatto. Il Vicenza aveva bisogno di un mediano e aveva bussato alla porta del Como. Ecco, io conoscevo Paolo (Rossi, ndr) perché era stato a Como anche lui. 

 

Lei era arrivato da pochissimi giorni, ma aveva percepito la possibilità che alla vigilia della gara di Bergamo Fabbri rischiasse la panchina?

Assolutamente no, questo non l’avevo percepito. La squadra era sì in difficoltà, ma lo diceva la classifica stessa. Particolari tensioni, però, non le avevo percepite.

 

Cosa le chiese G.B. prima di quell'Atalanta-Vicenza?

Lui conosceva già bene le mie caratteristiche, aveva le idee chiare. G.B. era un allenatore che, a parlarne adesso, ti sembra fuori dalle regole. Ma già lo era ai nostri tempi. Con lui si discuteva molto, ma per confrontarsi. Una volta mi chiese: “Ma se ti faccio marcare a Antognoni... cosa ne pensi?”. Ed era bello perché chi andava in campo era predisposto, supportato. Io ne ho trovati pochi di allenatori disposti a questo tipo di confronto. 

 

Che uomo era G.B.?

Racchiudeva nell'uomo l'allenatore. Ci ha messo molto di suo per trasformare da bello a eccezionale quel Vicenza. Lui visualizzava con la squadra le prospettive della domenica, ma con lui era bello stare anche in compagnia. È difficile far capire a un interlocutore giovane ciò che siamo stati: vivevamo tutti assieme, G.B. era il primo che ci tirava dentro in ogni situazione, ci voleva sempre al suo fianco anche se si trattava di andare da Paggin o da Marzotto per comprare degli abiti.

 

Un aggettivo per gli altri suoi compagni di reparto, Faloppa e Salvi?

Ragazzi straordinari, ma totalmente diversi. Giancarlo viveva con la famiglia, Faloppa dopo l’allenamento si isolava un po’ di più. Giancarlo era un filosofo, parlava bene, ti incantava con le parole. Faloppa era più un compagnone da... birra! Ma Giancarlo è stato quello che mi ha introdotto a Vicenza: mi portava in Corso Palladio, si offrì di mostrarmi dov’era l’appartamento, perfino la strada migliore per arrivare al campo.

 

Avevate mai pensato di poter vincere lo scudetto?

Personalmente ho sempre pensato che sarebbe stato difficile, eravamo sempre un passo indietro. Diciamo che era una parola che si pronunciava con la giusta leggerezza. 

 

Qual è stato il giocatore più forte di quella stagione contro cui ha avuto a che fare?

Mi aveva impressionato Rivera nonostante avesse ormai 34 anni: andava più piano ma era di un’illuminazione impressionante, un fuoriclasse al di fuori del contesto. L'ho marcato da vicino, ed era difficile da prendere anche se andava più piano.

 

Come venne vissuta quell’ultima gara contro la Juve, l’unica ad arrivarvi davanti?

È stata una partita molto bella, un’apoteosi per noi giocarla in uno stadio stracolmo. Non eravamo abbattuti, anche perché con la Juve non lo puoi essere, e infatti l'abbiamo tenuta in ballo fino alla fine. Loro avevano festeggiato lo scudetto prima della partita, e ricordo l’avvocato Agnelli che con Boniperti venne a complimentarsi con noi per la bella stagione. 

 

Cosa non è funzionato l'anno seguente?

Che il pallone che si è sgonfiato a dieci giornate dal termine, fino all’ultima partita contro l’Atalanta. Doveva esserci proprio Bergamo nel nostro destino...

Giulia Guglielmi
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