Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
20 settembre 2017

Aree Tematiche

CHIUDI
CHIUDI

Chiudi

Real 40

scegli sezione
Real 40, Giovan Battista Fabbri

04.04.2017

Real 40, Giovan Battista Fabbri

"Gibì una vita di bel calcio". Non poteva dare titolo più appropriato alla propria autobiografia Gian Battista Fabbri. Gibì, appunto, come lo chiamavano e lo chiamano ancora tutti. O «Brusalerba», che è il soprannome che gli danno nel 1947, quando gioca a Cento: «Correvo tanto forte che bruciavo l’erba» scrive. È nato a Poggetto, provincia di Bologna, nel 1926. I genitori gestiscono una di quelle botteghe di paese che vendono tutto, ma mettono al mondo otto figli e, in quegli anni, è dura tirarli su. Battista già da adolescente dà una mano, lavora nei campi, in officina. E gioca a calcio, nella piazza di Poggetto. Il pallone è una delle due passioni della sua vita. L’altra è «l’Irene», la più bella figliola del paese, di cui si innamora subito e che sposa dopo la guerra. Nel 1942 firma il primo cartellino con il San Pietro in Casale, non smette più. «Ho giocato 48 campionati ufficiali -spiega-, 14 da giocatore, gli altri da allenatore». Non è alto e non ha un fisico proporzionato, ma vanta due doti fuori del comune, corsa e resistenza, che ne fanno un calciatore eclettico. Infatti copre vari ruoli, fra cui quelli di ala e di mediano. Molti anni dopo troverà un giocatore che è la sua fotocopia, Roberto Filippi, e lo lancerà nel calcio nazionale. Chiude la carriera di calciatore presto, a 31 anni, e comincia subito ad allenare, a Varese. Ha già in mente come far giocare la sua squadra. Con una semplicità che, a chi non lo ha conosciuto potrebbe sembrare costruita, Gibì nella biografia spiega come è nata la sua visione di gioco: «Avendo portato tutte le maglie, tranne quella del portiere, mi ero fatta una certa idea del gioco del calcio visto da tutte le posizioni del campo».

Da qui origina la sua filosofia calcistica: «il gioco si costruisce in 11: anche il portiere e i terzini sono responsabili delle azioni di gioco d’attacco, così come il reparto avanzato deve intervenire nei momenti difensivi, per poi ripartire tutti insieme». Attenzione: lo mette in pratica sessant’anni fa, quando in Italia si sta ancora litigando su «sistema» e «catenaccio».

Dopo diciott’anni fra settori giovanili (Torino, Spal) e serie C (Sangiovannese, Giulianova, Livorno oltre che a Ferrara), porta il Piacenza in B. Ma la sua prima panchina fra i Cadetti dura un solo campionato. E a questo punto, giugno 1976, comincia la storia di Fabbri e del Lanerossi. «Giocammo quell’anno a Brescia -ricorda- una delle partite più belle. In tribuna c’era Cinesinho nella veste di osservatore per il Vicenza. Confermò a Farina che la più bella squadra del campionato era il mio Piacenza». Il presidente sfiora la impopolarità ingaggiando, per rilanciare il Lane, un allenatore appena retrocesso. Ma Giussy in quella stagione non ne sbaglia una e, sicuramente in modo inconsapevole, mette con Gibì il primo mattone di quello che sarà il Real Vicenza.

In meno di un mese la squadra è fatta e pronta a vincere. Grazie ad un mercato perfetto, ad alcune circostanze fortunate e a tre invenzioni di Fabbri. Farina porta a Vicenza una straordinaria pattuglia di ventenni (Rossi, Carrera, Verza) e alcuni giocatori esperti (Cerilli, Lelj, Donina). Fanno immediatamente gruppo (altro merito di Gibì) con i biancorossi confermati (Galli, Faloppa, Filippi, Prestanti, Marangon). Ci si mettono anche le coincidenze: Vitali, l’unico centravanti a disposizione, lascia il ritiro e Salvi, dopo aver rifiutato il trasferimento, si aggrega dopo Ferragosto. Fabbri deve rimodellare la squadra e ci riesce al meglio con alcune idee geniali. Prima di tutto quella di spostare al centro dell’attacco Paolo Rossi, che prima ha sempre e solo giocato all’ala destra, e di farne un centravanti a 180°. Come non ce n’è non solo in Italia ma neanche all’estero.

Il Lanerossi, il calcio italiano e quello mondiale gliene debbono essere sempre grati. Gibì poi sposta sulla destra Cerilli, un mancino (all’epoca una eresia) e lo trasforma in un rifinitore. E infine Filippi, il giocatore a tutto campo, senza ruolo fisso ma che copre tutti i ruoli. Gibì trasmette alla squadra la sua «filosofia». La magia è fatta, il Real vola già in Coppa Italia. 

Se, l’anno dopo, il campionato del Lane fosse (per così dire) cominciato alla 1a anziché alla 6 a giornata, probabilmente nel palmarès biancorosso ci sarebbe lo scudetto 1977-1978. Cinque punti il Real li avrebbe sicuramente fatti nelle prime partite e chissà come sarebbe andato a Torino lo scontro diretto dell’ultima di campionato. Gibì, il Lane, la città lo avrebbero meritato quel tricolore. Se le cose fossero andate così, forse Fabbri non sarebbe rimasto a Vicenza. Nel maggio del 1977 ha praticamente concluso l’accordo con il Milan. Ma a Farina riesce il colpo più bello (e più sfortunato) della sua pluriennale presidenza: vince alla buste con la Juve la comproprietà di Rossi. Gibì, come Giussi, è innamorato del suo pupillo, non se la sente di lasciare la sua squadra ora che sa che ci sarà ancora Pablito. Magari sogna anche una rivincita sui bianconeri. E allora rimane a Vicenza. Il Milan, affidato a Liedholm e con una rosa formidabile, vince lo scudetto.

Il terzo anno del Real, quello delle disgrazie, non si può certo imputare a Gibì. Ne succedono troppe (alcune davvero strane), la squadra non è più la stessa. Fabbri non riesce a gestirla nelle ultime partite. Forse questo è il suo unico torto. Dopo la retrocessione, si dice disponibile per il rilancio, ma non lo confermano. Un brutto finale. Gli peserà per sempre.
 

Gianni Poggi
Correlati

Articoli da leggere

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1