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Real 40

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Real 40, Giorgio Carrera

08.03.2017

Real 40, Giorgio Carrera

Libero. In campo e fuori. In campo vuol dire che stai dietro agli altri difensori, salvo poi prenderti la licenza di salire palla al piede per generare emozione e bellezza. Fuori vuol dire che guardi tutti a muso duro e non le mandi a dire. «Sapete cosa mi dice il mio grande amico Ernesto Galli? Che se il buon Dio non mi avesse dato la lingua avrei giocato in Serie A fino a 50 anni». Ecco. Giorgio Carrera è questo. Il difensore più tecnico che abbia mai indossato la maglia biancorossa. E più libero. In ogni senso. Al punto... da spiegarlo al Papa. 

 

Papa?

«Sì, Wojtyla. Un grande. Un santo».

 

Va bene. Ma il libero?

«Prima di Roma-Vicenza, nell’anno della retrocessione, fummo ricevuti dal Papa. Il ragionier Razzetti ci presentava e quando fu il mio turno disse “Ecco il nostro libero”. E il Papa chiese: “Cosa vuol dire libero?”»

 

E quindi?

«Intervenni io e dissi: “Il libero è colui che bada a tutti gli altri”. Mi era venuta così, spontaneamente. E ricordo il suo sorriso compiaciuto... ».

 

Una cosa... da pastore. Ma allora i suoi compagni erano pecorelle?

«No. Dei leoni. Grandi leoni, tutti leoni. Diretti da Von Karajan».

 

Fabbri?

«E chi sennò? Lui ha fatto qualcosa di fantastico e poetico. Quando arrivai a Vicenza Von Karajan disse subito “Guai a chi butta la palla fuori dal rettangolo“... Ecco, lo avrei baciato. È grazie a concetti così che siamo riusciti a scrivere la parte poetica di quella favola nata nel 1902».

 

La poesia? Cos’era la poesia?

«Il Vicenza era poesia. E poesia era anche salire le scale che portavano al campo. Io ero un po’ figa, mi piaceva entrare per ultimo, farmi desiderare, era un mio vezzo. E poi vedevo lo stadio, la gente... Romano Mattè ci ha fotografati bene. Un giorno eravamo a tavola con lui, Adalberto Scemma e Beppe Lelj, spesso andiamo nelle università a parlare dei valori dello sport. Mattè disse che eravamo organizzati nella massima libertà d’espressione». 

 

Merito di Fabbri?

«Al 99,9 per cento. Un uomo fantastico, meraviglioso. Allenava con mentalità olandese. “Fai quello che sei capace”, diceva. E zero ritiri. Uno così, che ti dava la massima libertà, come fai a tradirlo?».

 

Mai approfittato della libertà?

«Mai. Anche se bisogna dire che dalle cene dei club del martedì si tornava alla 4-5 del mattino. Ma come si faceva a sottrarsi all’abbraccio della gente? Che peraltro mi ferma anche adesso! Vicenza era - ed è -, una piazza meravigliosa. Io ho scelto di restare qua anche per queste persone straordinarie. E dire, per esempio, che in Sardegna mi adotterebbero. Sono stato anche capitano vincente dell’Olbia».

 

Sì. Ma torniamo sulle 4-5 del mattino...

«Il fatto è che venivo da Reggio Emilia, dove si andava avanti a Coca e Fanta. Immaginate quindi (e ride, ndr) com’ero messo dopo 20 giorni a Vicenza... Comunque sì, si facevano le ore piccole con i nostri meravigliosi tifosi, con il permesso implicito del mister».

 

Implicito?

«Sì. Mi presentavo all’allenamento del mercoledì mattina e dicevo: “Mister, ho una puntina al polpaccio... E lui: “Prendi la palla e sciogliti”. Facevamo di quelle sedute atletiche... L’ostacolo pù alto sarà stato di 25 centimetri! Poi arrivava la partitina. E a quel punto mi sentivo meravigliosamente».

 

E i compagni?

«Una delle cose che hanno costituito la bellezza di quella squadra era la forza del gruppo. Amici veri, ci volevamo e ci vogliamo ancora bene a distanza di tanti anni. E tutto grazie a quel meraviglioso allenatore-padre che è stato Fabbri. E ho tante persone da ringraziare: il dottor Binda, Vasco Casetto (purtroppo da poco scomparso), Giuliana Rossetti, la famiglia Bepi, Alberto e Giuliana Luce, Gaiola, Anna Bonato, Carlo Bon, Gianotti, Razzetti, Di Brino, Seno, il Cina e Giulio Savoini».

 

Il miglior giocatore?

«Eravamo tutti fortissimi, ma un grazie particolare lo devo a Giancarlo Salvi. Dopo Rivera è stato l’elemento con più intelligenza calcistica che io abbia mai visto».

 

Farina?

«Pur essendo giovane andavo io a parlare con lui dei premi. C’era un rapporto schietto, da padre a figlio. Lui diceva che io ero l’unico a poterlo insultare. E lo feci dopo la retrocessione. Però era un grande, con una personalità devastante. Gli rimprovero solo di non aver sfruttato il giocattolo».

 

Come?

«Dando Rossi alla Juve. Ci davano il mondo: Virdis, Tavola, Marocchino, Fanna, soldi... Che volevi di più? Farina ha voluto ciulare la Juve. Ma la Juve non si ciula. La Juve ti condanna. E così è stato». 

 

Poi lei ha allenato...

«Qui a Vicenza allievi nazionali e sperimentali. Li obbligavo a fare i tunnel. Il mio credo? Palla, palla, palla, palla... Ero Giorgio, non il mister. Avevo 37 anni e giocavo con loro. Insegnavo a vincere due paure: dell’avversario e del pallone. E al torneo di S. Bonifacio la Juve ci fece i complimenti. Il mio credo? Tef: tecnica, estro e fantasia. Come Gibì. E poi la pulizia. Ricordo, tornando alle lezioni che teniamo all’università, la relazione di uno studente che ringrazio, Enrico Verdiani. Lui scrisse che nel calcio c’è bisogno di persone oneste e pulite come Giorgio Carrera».

Libero, appunto.

Giancarlo Tamiozzo
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