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Real 40

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Real 40, Franco Cerilli

11.03.2017

Real 40, Franco Cerilli

Ci sono immagini che bussano con insistenza alla porta di chi non c'era perché ancora doveva nascere. Una parte del mitico Real Vicenza è nei calzettoni alla caviglia di Franco Cerilli, l'angelo biondo che giocava con il 7, chioggiotto, ora allenatore, nerazzurro dell'Inter per due stagioni poco fortunate. La sua fortuna fu il Vicenza, e la fortuna del Vicenza fu avere Cerilli.

 

Quei calzettoni "inesistenti"... perché?

Ho amato, amo e amerò sempre Omar Sivori. É stato il mio modello, uno dei più grandi per me. 

 

Ma non finiva la partita con mille botte?

Vi racconto questa: quando esordii nel Chioggia Sottomarina, il presidente mi domandò dove volevo andare conciato in quel modo. Mi pregò di tirare su i calzettoni. Quando entrai in campo me li riportai alla caviglia. Quante botte presi...

 

Partì a razzo: dopo due stagioni alla Massese, passò all'Inter. Doveva essere il nuovo Corso.

Fu un'esperienza preziosa, durata due anni, in una società prestigiosa. Ma andò così così. Poi l'Inter mi propose il prestito al Vicenza, vicino a casa quindi. E dopo un po' capii che avevo compiuto la scelta giusta.

 

Perché?

Nel '76 nacque un grande gruppo di amici, un gruppo che ancora fa sognare. Vincemmo subito il campionato, poi arrivammo secondi in serie A. Scrivemmo una pagina importante della storia del Vicenza. Mi trovai benissimo a Vicenza, dove ritornai. In tutto vi ho abitato dieci anni, non sono pochi. Una parte del mio cuore sta ancora là.

 

Chi fu il suo maestro?

Non ne ho avuti, lo dico in tutta sincerità. Sono cresciuto sui campetti dell'oratorio, quel che ho espresso da giocatore è stata, in fondo, farina del mio sacco. Certo, Fabbri sul campo mi ha insegnato la sovrapposizione, mica poco.

 

Nient'altro?

Eh no, c'è molto altro.

 

Chi è stato per lei Gibì Fabbri?

Vedeva il calcio come me. Voleva che si giocasse il pallone, senza buttarlo via. Con lui non c'erano ruoli precisi, nel nostro piccolo eravamo gli olandesi italiani. Ha inventato Rossi... Ha fatto bene in altri posti, non solo a Vicenza. L'hanno portato in trionfo anche quando è retrocesso. Era prima di tutto uno psicologo, cosa fondamentale. A me ha insegnato che se anche avevo il 7 e partivo da destra, potevo anche girare, farmi trovare altrove, perché la mia fantasia non andava soffocata. 

 

Già, fantasia al potere...

Lo penso anche ora: il calcio dev'essere fantasia. Qui ormai si bada solo alla fisicità, la tecnica è sottovalutata. Tanta corsa, tecnica poca. Il calcio d'oggi non mi piace, a partire dai dilettanti bisognerebbe puntare su allenatori che insegnano a giocare realmente a pallone. 

 

Più emozionante la promozione o il secondo posto in A?

Essere promossi è una cosa bellissima. Vedi tutto l'entusiasmo che hai intorno ed è impagabile. Il secondo posto però ti rimane per la vita, senti di aver compiuto davvero un'impresa. Sono due cose, comunque, che si assomigliano molto.

 

Cosa le è rimasto nel cuore?

L'amicizia tra compagni, cosa che in questa fase della vita non è facile mantenere. Riusciamo sempre a sentirci tra noi, ci raccontiamo delle nostre famiglie e parliamo del nostro passato calcistico.

 

Com'è la sua vita ora?

Alleno in seconda categoria il Nuovo S. Pietro, formazione dell'Isola di Pellestrina. Sono sposato da 43 anni e ho una figlia.

 

Il compagno a cui dedica un ricordo particolare?

Il nostro allenatore in campo era Salvi, un grandissimo giocherellone. Aveva 32 anni ma sembrava ne avesse 20. In campo era il nostro faro. Poi ricordo il nostro capitano, Faloppa, persona fantastica. Ma più di tutto, se volgo lo sguardo all'indietro, penso al rispetto dei ruoli, che allora era imprescindibile. Ed è un valore importante anche nella vita.

 

Se potesse, come rinascerebbe?

Uguale, con il pallone in mano. Non so chi me l'abbia dato, ma sento di dover ringraziare mio padre e mia madre. Il calcio mi ha stregato nel tempo di pistole e cowboy. Nella mia carriera mi sono divertito, volevo far divertire. Ho cercato di rimanere sempre lo stesso.

 

Il "suo" Real Vicenza era una squadra tutta particolare anche fuori dal campo. Un esempio?

Un venerdì dopo allenamento andammo al ristorante del cugino di Ernesto Galli a Cittadella. Facemmo una grande mangiata, poi il sabato andammo all'allenamento, mentre domenica giocammo la partita, che andò bene. Siccome Galli era scaramantico da matti, dopo quella volta ci toccò andare tutti i venerdì a mangiare là perché si vinceva. All'epoca vivevamo il calcio con spensieratezza e senza tensioni. 

 

Tanto da tirare fino a tarda notte?

Prima della famosa partita col Napoli, giocammo a bestia fino alle 3 del mattino...

 

Nella sua carriera ha fatto irruzione anche una pesante squalifica per il calcioscommesse. Come andò davvero?

Non è facile da raccontare in due parole. Io andrò sempre in giro a testa alta, non ho mai venduto nè comprato partite; mi sono trovato dentro ad un meccanismo. Sono una persona pulita, ho sofferto in quel periodo ma sono sempre andato in giro a testa alta. 

 

Il gol scolpito nel cuore?

Quello segnato nel 4-3 alla Roma. Guidetti andò verso la porta, ci fu un rimpallo; io da fuori, di prima intenzione, tirai di interno collo e segnai sul primo palo. Fantastico.
 

Marta Benedetti
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