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L'iniziativa del GdV

14.02.2017

Real 40, Ernesto Galli

A mani nude a guardia di una storia. La loro. La nostra. Una storia che porta anche il suo nome e nonostante siano passati 40 anni, di andare in archivio proprio non ne vuol sapere. Niente guanti allora per Ernesto Galli, se non in caso di pioggia o neve, a proteggere quelle mani che a noi ragazzini del tempo parevano un po’ badili, un po’ artigli. Altro che quelle robe che sembrano padelle calzate dai suoi colleghi d'oggi che poi, diciamolo, manco servissero a bloccarne uno, di quei palloni plasticoni che svolazzano qua e là manco fossimo in spiaggia.

 

NUMERO 1. Eccolo qui il Nostro portiere, estremo difensore, ultimo uomo, baluardo di una fede e del mito Real Vicenza.

Lo incontriamo dopo aver digitato per curiosità il suo nome su Google: il primo che appare è lui. Il vero Ernesto Galli. L'unico. L'altro, che dopo Galli fa "Della Loggia", che è editorialista del Corrierone, che è prof universitario, saggista, politologo etc. etc., riempie lenzuolate di schermate. Ma viene dopo. Il numero 1 resta lui, ieri come oggi, sul campo da gioco come sul monitor di un computer.

 

QUATTRO AMICI. Sorride divertito, Ernestone Galli. Si sistema la sciarpa («con 'sto tempo... anche il raffreddore, e poi ho i miei anni, eh»), si aggiusta gli occhiali (eh, be'...). Tutt'attorno, altro che i 4 amici al bar che cantava il buon Gino Paoli. Ce ne sono di più, qui nel locale sotto i Distinti dello stadio, apparentemente distaccati ma pronti ad avvicinarsi con discrezione mentre il pallone dei ricordi comincia a rotolare sul campo di una memoria che resta verde come l'erba che curavano i giardinieri del “Menti". Ernesto e gli ideali 4 amici, poi, il mondo del pallone l'avevamo cambiato per davvero in quel folgorante triennio che attraversò la seconda metà degli anni Settanta colorando di biancorosso il grigio dell'Italia del tempo. «È vero, il nostro fu un calcio spettacolare, rivoluzionario per l’epoca. Nessuno giocava come noi».

Il “noi" si riferisce al gruppo biancorosso che si ritrovò al Menti la mattina di lunedì 2 agosto 1976, raduno prima del ritiro per preparare il secondo campionato di serie B.

Il principio di tutto. Che impressione ebbe Galli quel giorno? «Mi sembravano tutti ragazzi. Mica potevi immaginare cosa avremmo combinato insieme dopo. Sì, d'accordo, c'ero io, c'era Renato Faloppa, all'inizio anche Vitali. Giancarlo Salvi ci avrebbe raggiunti solo dopo. E Prestanti, e Filippi. Per dire: noi vecchi. Ma il resto erano tutti ragazzini, a partire da quello toscano che era ala destra e arrivava dal Como».

 

MUSICA, MAESTRI. Paolo Rossi. «Lui. Davanti a lui c'era Vitali ma Sandro non ne aveva più. Dopo pochi giorni, una volta incontrato il vicepresidente Maraschin per discutere del contratto, venne da me e mi disse semplicemente: “Io vado". E non lo vidi più. Fu praticamente in quel momento che Paolo da ala fu piazzato centravanti. E da lì partì la musica».

Una grande intuizione di Gibì Fabbri, o forse una necessità. Ma quando avete realizzato che quel gruppo avrebbe potuto fare qualcosa di importante? «Noi eravamo al secondo anno di B, ci eravamo salvati quasi per il rotto della cuffia pochi mesi prima. C'era perplessità, non dico timore, ma l'incertezza era forse la sensazione principale. Poi, in campo, le cose cominciarono a girare bene, giorno dopo giorno, sempre di più. Gibì ci mise tanto del suo. Il fatto di non avere punte di ruolo metteva gli avversari in crisi, la loro marcatura a uomo ci offriva spesso spazi enormi, Filippi se lo ritrovavano dappertutto, salivano i terzini, rientravano le ali, Giancarlo ispirava. Ed era serie B, quasi niente in confronto a quanto riuscimmo a fare l'anno dopo, in A».

 

IL SEGRETO DEL SUCCESSO. Non c’erano particolari segreti in quel Vicenza: «Intanto erano tutti bravi tecnicamente, non ce n’era uno di scarso. E c’era questo mix di esperienza e gioventù. Si giocava a tutto campo, non avevamo ruoli definiti, non c’era uno schema come un altro. E io là dietro che mi godevo questo tourbillon. Certo, qualcosa si rischiava ma in squadra erano tutti bravi. La storia di molti di loro lo ha confermato».

Da ultimo uomo Ernesto Galli è stato una sorta di spettatore privilegiato, quando non doveva respingere, volare da un palo all’altro, uscire fra i bulloni degli aversari.

 

VEDI NAPOLI... C’è un ricordo, Il ricordo, quello più scintillante, quello che le torna alla mente ancor oggi?

Si sistema ancora la sciarpa, scruta davanti a sè un punto indefinito. «Napoli. L’anno del secondo posto. Arriviamo in albergo dall’aeroporto di Capodichino tardi, poco prima di mezzanotte. Cena veloce, due passi. Ci aspettava un gruppetto di giornalisti incuriositi e sorpresi. Uno di loro fa a Gibì: «Mister, ma fra poche ore giocate e siete arrivati a mezzanotte..». E Fabbri, con un sorriso che ricordo bene ancora: Vi accorgerete domani, che musica. Be’, eravamo un po’ sfacciati. Sta di fatto che comincia la partita ne prendiamo subito uno e io penso: Oggi va male. Morale: vinciamo 4 a 1 dando spettacolo, io paro anche un rigore a Savoldi. Usciamo tra gli applausi del San Paolo. E gli applausi proseguono mentre in pullman pecorriamo la strada da Fuorigrotta all’aeroporto. Grande spettacolo noi, grande sportività loro».

 

TUTTO SCORRE. Chiusa la carriera di calciatore, Ernesto Galli è stato allenatore, ha fatto il secondo a Bruno Giorgi, ha guidato la prima squadra alla salvezza, è stato fino a qualche anno fa nei ranghi biancorossi. Ha ritrovato l’amico Giancarlo Salvi nel ruolo di diesse. Giancarlo Salvi, Gianca... Quanto le manca? «Tanto. Eravamo fratelli». Si soffia il naso. «’Sto raffreddore». Certo, il raffreddore.

Avendo lui, come altri, scelto poi di vivere a Vicenza, ci siamo spesso chiesti se per Ernesto Galli il ricordo di quel tempo potesse in qualche modo rappresentare un peso, una sorta di prigione della memoria. «I momenti li devi vivere quando ti capitano - osserva serio - e in quel tempo tutti avevamo realizzato questa cosa. I ragazzi, con il loro fare sbarazzino, avevano contagiato anche noi più esperti. Domani c’è la Juve? Embe’? Giochiamocela. Arriva l’Inter? Siamo pronti. Andiamo a San Siro? Avanti! E che in quel ’77-’78 eravamo partiti male... Pensa se con un punto, due in più fossimo andati a prenderci lo scudetto in casa della Juve all’ultima! No, no, nessun peso in quei ricordi, anzi».

 

GIOCATTOLO ROTTO. Alla terza stagione, però, il giocattolo si ruppe. «Colpa nostra, in parte, poi gli infortuni a Paolo in coppa Uefa e a Giorgio Carrera pesarono eccome. Non c’erano più Filippi, al Napoli, Lelj, alla Fiorentina. E tanti fattori esterni contribuirono alla retrocessione. Diciamo che aver tenuto Paolo Rossi facendo un dispetto a Boniperti non ci ha reso la vita facile. Il resto non si può sapere. Certo che quel Juventus-Avellino 3 a 3 dopo che i bianconeri avevano chiuso il primo tempo sul 3 a 0...».

 

FAI BEI SOGNI. Oggi, dici Real Vicenza e pensi alla storia del calcio. Chi c’era, manda a memoria la/e formazione/i (che poi cambiavano di poco). Chi non c’era - i figli, i nipoti, gli amici più giovani - comunque sa. Perché è ancora così vivo il ricordo di quel triennio? «Perché eravamo un sogno. Andavamo in campo e facevamo sognare la gente. Noi ci divertivamo ed eravamo contenti nel vedere felici così tante persone. E così siamo rimasti nel cuore della gente. Eravamo un sogno, ma quel Vicenza era proprio realtà».  

Stefano Girlanda
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