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I tre burloni di Carbonarola

20.11.2017

I tre burloni di Carbonarola

Giovanni Bertacche

Da Carbonarola erano partiti in tre, Beppe, Luzio e Pelle. Diretti al lago di Garda ma senza una precisa meta, avrebbero deciso poi lungo il tragitto, dove fermarsi, dove alloggiare.

Una decisione contrastata; il gruppo ne aveva discusso per giorni, se dividersi, con quali mezzi, chi, come, dove. Tutti si viveva alla giornata, i più con qualche espediente; un frutto rubacchiato da qualche albero, a rischio di buscarle sonore dal padrone del campo o dell’orto; un dolcetto mendicato con astuzia dal pasticcere del paese; una bibita con una moneta chiesta in prestito e con ampio sconto sul prezzo da parte dell’oste che simpatizzava nonostante tutto, per quella combriccola.

C’era chi aveva un lavoro; un’eccezione tra tanti e proprio il più giovane che abitava nel casermone. Pelle era stato assunto da poco nello stabilimento di Bergantino, appena al di là del Po, e, fortunato lui, aveva acquistato una Fiat 500C topolino belvedere, usata, per recarsi al lavoro. Le prime ferie tutte da godere, non da solo però. Almeno qualcuno per compagnia. E così dopo i preliminari contrastati di quei giorni, i tre sulla belvedere decapottabile volano verso nord.

La strada, tutta loro: le vetture che incontravano dovevano scansarsi per lasciar posto ai tre buontemponi che agitano le mani, con gestacci non proprio da collegiali, dai finestrini e più ancora dalla capotta aperta.

A Peschiera dove ci dirigiamo? Il conducente propone di fare la gardesana veronese, il tragitto più lungo, con più tempo e più occasioni.

C’era tutto il pomeriggio di una lunga giornata estiva. I due ospiti vi acconsentivano; oltretutto il conduttore non solo li trasportava ma era anche l’unico che in tasca teneva qualche sicurezza, proprio a motivo del suo impiego.

La gardesana, per le sue condizioni di conformazione, ristretta tra il lago, le case, la montagna e per il traffico proveniente dal nord, non permetteva più la guida un po’ folle di prima.

C’era di che per tenere occupata l’attenzione, costumi femminili da spiaggia, barche a vela, barche a motore, e tante donne, capelli al vento, su lussuose cabrio che bruciavano la pidocchiosa belvedere. Lazise, Bardolino, Torri del Benaco, Castelletto, Malcesine, Torbole, Riva del Garda. Il tempo vola, tra attrattive e distrazioni; ma ora che si fa? Scendiamo lungo l’altra sponda, meno frequentata dal turismo e perciò meno costosa.

In un ambiente più adatto alle nostre tasche, ce la caveremo anche con qualche giorno in più. Scendono allora fino a Limone sul Garda dove la strada si restringe decisamente.

È sera. Beppe e Luzio lasciano a Pelle, che ha più confidenza con la gente e sa trattare gli affari per via del suo lavoro, il compito di trovare una locanda.

Alloggeranno in un albergo a due stelle; due stelle solo perché il tetto appena riparato non lascia intravedere squarci di cielo stellato. Altrimenti quell’ambiente sarebbe stato più coronato. Tutto sommato non era male. Gli accenti in prevalenza tedeschi; il francese e l’italiano si mescolavano in quell’albergo.

Allora come salutare? L’educazione minimale richiedeva che negli incontri sulle scale, ma quali ascensori? lungo i corridoi, in sala mensa, un segno di saluto ci voleva. Ma in quale lingua? Ma, Bidoc, sbotta deciso Pelle, sbattendo le palme delle mani.

Questo è il saluto per tutti!

Ma cosa vuol dire, domandano perplessi Beppe e Luzio. Niente. Bidoc e basta. Spelling: B-i-d-o-c. Bi-doc risponde esitante il primo malcapitato.

Qualche tentativo di Bi-doc tra gli avventori. Anche il personale e dopo qualche ora tutto l’albergo risuona con sempre maggior sicurezza del solare Bidoc.

Altro che guten morgen, i bonjour e i nostri buondì e buona sera. Bidoc pure tra i parlanti la stessa lingua; così anche i nostri Beppe, Luzio e Pelle.

E Bidoc si chiamerà da allora anche l’albergo. Ricorda il passaggio, breve ma indimenticabile, dei tre burloni di Carbonarola.

(da biblioteca Bertoliana, Vi)

Giovanni Bertacche
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