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Finestra sul mondo

01.08.2018

Esaurite le risorse naturali, siamo in debito con la Terra

Da domani saremo in debito con la Terra. Per quest’anno, infatti, abbiamo già sfruttato tutte le risorse naturali rigenerabili nel 2018 (frutta, verdura, acqua, foreste, suolo) e quindi per soddisfare le necessità - o sarebbe meglio dire la voracità dei consumi - della popolazione mondiale intaccheremo le risorse future che il nostro Pianeta non sarà più in grado di rigenerare.

 

L’Earth Overshoot Day, cioè il Giorno del debito ecologico, cade domani, ogni anno anticipa la scadenza e non è mai arrivato così presto. A monitorarne l’andamento, da quasi 50 anni, è il Global Footprint Network (l’ong che ha ideato il metodo per calcolare quante risorse abbiamo e quante ne usiamo attraverso l’Impronta Ecologica) che quest’anno ha lanciato l’hashtag #MoveTheDate, cioè Spostiamo la data. Se nel 1970 il debito dell’umanità cominciava il 29 dicembre, nel 1980 si è passati al 3 novembre, e poi all’11 ottobre nel 1990 per arrivare al 23 settembre nel 2000. In pratica «sono stati persi circa 30 giorni di autosufficienza del Pianeta ogni 10 anni» precisa la Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition (Bcfn) secondo cui «invertire questo trend è possibile. Se riuscissimo a
posticipare la data dell’Overshoot Day di soli 5 giorni ogni anno, potremmo ritornare a utilizzare le risorse con meno di un pianeta entro il 2050».

 

Il Global Footprint Network ricorda che oggi «stiamo usando 1,7 Terre, usiamo più risorse e servizi ecologici di quanti la natura possa rigenerare a causa della pesca eccessiva, del sovrasfruttamento delle foreste e dell’emissione di più anidride carbonica nell’atmosfera di quanto gli ecosistemi possano assorbire».

 

Fra le azioni possibili per riportare l’equilibrio fra consumi e risorse, Global Footprint Network e Fondazione Bcfn indicano ad esempio quelle sul fronte alimentare: sostituire il consumo di carne con alimenti di origine vegetale e ridurre gli sprechi alimentari del 50%, farebbe slittare la data di 38 giorni; riducendo del 50% la componente di carbonio nella nostra impronta ecologica, a livello mondiale, sposteremmo la data in avanti di 93 giorni. Il modo in cui produciamo cibo, ricorda Bcfn, «contribuisce per oltre il 30% alle nostre emissioni di gas serra (più del riscaldamento che impatta per un 23,6% e dei trasporti che incidono per il 18,5% dei gas serra prodotti nel mondo)».

 

Per colpa di inquinamento e desertificazione, rileva la Bcfn, la Cina perde il 7,9% dei suoi terreni coltivabili ogni anno, l’Etiopia il 3,5%, la Nigeria il 2,8%, l’Italia il 2,3%. Il Wwf avverte che «è urgente un piano globale per la difesa della biodiversità planetaria che costituisce la base fondamentale, il capitale naturale, della ricchezza e del benessere dell’umanità e quindi la necessaria garanzia per il futuro della nostra generazione e di quelle successive». Allo stato attuale, aggiunge, «il degrado dei suoli della Terra causato dall’uomo sta avendo un impatto negativo sul benessere di almeno 3,2 miliardi di persone e sta contribuendo alla sesta estinzione di massa della ricchezza di biodiversità».

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