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Il dialogo digitale
facilita il rapporto
medico-paziente

19.10.2017

Il dialogo digitale
facilita il rapporto
medico-paziente

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Gianmaria Pitton

Non si arriverà, almeno non a breve termine, al Medico olografico d’emergenza immaginato dalla fantascienza di Star Trek. Ma la tecnologia digitale è sempre più presente nella pratica clinica. Già di grandissima utilità in molti ambiti, dalle “banali” ricette elettroniche ai più sofisticati strumenti di diagnostica, il digitale può rivelarsi risorsa preziosa in un aspetto molto delicato quale il rapporto tra medico e paziente, fino a instaurare una nuova alleanza terapeutica. Ne è convinta Cristina Cenci, antropologa votata alla “Digital health”, la “salute digitale”, che ne parlerà questa sera, alle 20.45 nella sede della Fondazione Zoé in corso Palladio, per la rassegna “Vivere sani, Vivere bene”.

Come si è avvicinata a questo nuovo approccio?

Mi sono occupata molto dell’analisi delle conversazioni on line all’interno della comunità di pazienti. Mi sono resa conto che è in atto un cambiamento molto profondo nella modalità del rapporto tra medico e paziente: prima si entrava in un mondo chiuso, a sé stante, ora è un mondo on line aperto, fatto di conversazioni che si condividono con altri pazienti. Nelle loro narrazioni parlano di nuovi bisogni e aspettative, cercando le possibili soluzioni ai problemi.

Spesso però la ricerca di soluzioni mediche sul web è tacciata di superficialità.

Questo mondo di narrazioni on line viene etichettato come disinformazione, ma non è vero. Non c’è soltanto la ricerca di informazioni, ma anche di supporto, di condivisione emotiva in un momento difficile. È a questo che bisogna guardare, perché entri nel percorso di cura.

Come si può fare?

La relazione medico-paziente, come viene intesa tradizionalmente, si basa su un modello che definisco sciamanico: il medico è il depositario del sapere e il paziente si affida a lui totalmente. Esiste però un non detto, un non condiviso, che può diventare un problema, dare luogo a conflittualità, fino ad arrivare al rifiuto e alla non adesione alla terapia. Già la medicina narrativa definisce una metodologia per far emergere questo non detto, attraverso la narrazione: se la trasformiamo in narrazione digitale, può essere condivisa da un team di curanti.

Dove avviene concretamente questa condivisione?

Con dei colleghi ho fondato una start up, Digital Narrative Medicine, abbreviato in Dnm. Lo scopo è mettere a punto strumenti digitali per costruire progetti di medicina narrativa nella pratica clinica. Non è un sito di storytelling, dove chiunque racconta la propria storia e tutti possono leggerla. È una piattaforma che consente conversazioni criptate tra curante e paziente per condividere la storia della malattia. La conversazione può essere aperta a un team di specialisti, se necessario, secondo l’approccio della medicina partecipativa. E anche, in certe condizioni, ad altri pazienti, sempre in maniera progetta.

Le tecnologie digitali vengono però accusate di essere fredde rispetto all’interazione diretta.

È indubbio che storicamente la tecnologia abbia portato a ridimensionare le relazioni, creando una distanza che rischia di diventare una non relazione. Proponiamo uno scenario diverso per valorizzare la potenza delle narrazioni on line. Faccio un esempio: chi è affetto da sclerosi multipla, soprattutto se giovane, non accetta facilmente una interazione de visu con altri malati. In rete è più facile. Bisogna cioè sfruttare la caratteristiche del digitale. È ovvio che l’interazione faccia a faccia ha moltissimi vantaggi, ma in certi casi non è così.

Non si rischia di escludere la fascia più anziana, meno abituata al digitale?

In realtà, chi scrive di più sono i pazienti con più di 60-70 anni. Il problema non è la barriera digitale, anche se è chiaro che lo strumento deve essere molto facile. La barriera è la disponibilità a fermarsi e riflettere su se stessi. I giovani sono molto meno propensi a farlo.

I medici come giudicano la narrazione digitale?

Molti sono entusiasti, qualcuno esprime preoccupazione per il tempo che richiede. Tuttavia è tempo ben speso, se riduce l’ospedalizzazione. C’è chi ammette di sentirsi tranquillizzato, perché non ha la pressione di dare risposte immediate. Il curante non è chiamato a fare lo psicologo, figura che può entrare nel team. Il medico non cura con la narrazione, ma si serve di essa per mettere a punto la terapia migliore.

E i pazienti?

I pazienti capiscono che il medico non può sapere tutto. E lo stesso contenuto, detto con parole diverse, ha un effetto completamente diverso, e viene accolto con maggiore tranquillità.

Gianmaria Pitton
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