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23 maggio 2018

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07.02.2018

Strumento diabolico
diventa la musa
per talenti di design

Una forchetta di Bruno Munari
Una forchetta di Bruno Munari

È il tipico quiz da cruciverba: come si chiamano i denti della forchetta? Mica facile farselo venire in mente, così su due piedi. Eppure si tratta di un oggetto comunissimo, che mettiamo addirittura in bocca tutti i giorni. Lo diamo così per scontato, tale è la sua utilità e semplicità, che ci sembra esista da sempre, o almeno da quando l’uomo ha cominciato ad affacciarsi alla civiltà. Invece è molto più recente di quanto sembri, e non ha avuto vita facile. Ne sanno qualcosa i veneziani del Mille, o giù di lì. Dati gli stretti rapporti con l’impero bizantino, non erano insoliti matrimoni d’interesse con donne orientali, per lo più da Costantinopoli. Si immagini la scena: alla cerimonia religiosa fa seguito il fastoso banchetto, dove tutti pasteggiano portandosi il cibo alla bocca con le mani. La sposa, la neo-dogaressa, si guarda intorno gelida, forse un po’ schifata, alza un sopracciglio in segno di regal disappunto, poi estrae uno strumento inusitato, una forca in miniatura, d’oro e con due punte. Infilza graziosamente i bocconi di carne e inizia a mangiare, fra lo stupore generale. L’uso di origine bizantina lasciò una traccia anche nella lingua: il pirouni, dal greco peiro, cioè infilzo, è appunto l’oggetto con cui si infilza. In dialetto veneto è diventato il pirón, e impironare è infilzare. L’innovazione però, come accennato, non fu accolta a cuor leggero. Ci fu chi, come san Pier Damiani, arrivò a definirla demoniaca, perché ricordava appunto la forca del diavolo, e perché era associata a una pericolosa rilassatezza dei costumi che non avrebbe portato che guai. E quando Teodora, dogaressa bizantina che faceva volentieri uso del pirón, morì di una grave forma di diabete, si disse che aveva ricevuto la giusta punizione. L’opposizione della Chiesa non ne facilitò quindi la diffusione, che continuò a ritmo piuttosto blando, e ci vollero secoli perché l’uso diventasse davvero popolare. Massimiano Bucchi, in “Per un pugno di idee” (Bompiani, 2015), riporta lo stupore divertito di un viaggiatore inglese che nel Seicento, durante un viaggio in Italia, assiste a una stupefacente operazione: “Mentre col coltello in una mano tagliano la loro porzione dal piatto comune, nell’altra mano hanno questa loro forchetta con la quale tengono ferme quella stessa carne; e così, se un qualsiasi commensale dovesse toccare inavvertitamente il piatto di carne con le dita, egli recherà offesa alla compagnia, avendo trasgredito alle regole delle buone maniere” (pag. 97). Un po’ alla volta la forchetta si impone, quando ci si rende conto che chi la usa evita di sporcarsi (se non gli cade), può servirsi di pietanze calde, e in generale osserva un’igiene maggiore. La produzione aumenta, i materiali si diversificano, le forchette assumono un posto fisso sulla tavola, e vi si esercitano anche i talenti dei designer. Fino persino a far perdere loro la funzione originaria, come le ironiche “Forchette parlanti” di Bruno Munari, che gioca con un oggetto con un ruolo sociale preciso, sia pure conquistato a fatica. E i denti? Sciogliamo il mistero: si chiamano rebbi. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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